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I limiti delle società attuali e le possibilità del “migliore dei mondi esistiti finora”. Occorrerebbe costruire un modello ideale di vita e di società con l’apporto interdisciplinare di esperti nei vari campi del sapere.

 

Nelle attuali società, le categorie ereditate dall’epoca industriale non sono più capaci di spiegarci il presente, e di conseguenza siamo indotti a diffidare del futuro, oscillando tra “disorientamento e paura”. Questo pensa il sociologo Domenico De Masi che è interessato alla costruzione di un modello ideale di vita e di società, un modello solido e attuale che superi l’assenza di analisi e le stesse visioni baumaniane di “società liquida”, che non consentono di delineare i comportamenti e non spiegano né indirizzano la vita delle persone.

In anni di ricerche e studi, i cui riscontri sono evidenti nel volume: “Mappa Mundi. Modelli di vita per una società senza orientamento” (2014) e nel libro di conversazioni e riflessioni: “Il mondo è ancora giovane” (2018), superando le categorie gramsciane del “pessimismo della ragione”, rivisitato in una predisposizione all’“ottimismo della ragione”, De Masi ha compiuto un viaggio nella società di oggi, in cui non si comprende cosa sia destra o sinistra, bello o brutto, vero o falso. Si tratta di uno stato d’animo recente, in quanto prima le società nascevano incorporando un modello preesistente: “la repubblica ateniese deve molto al discorso di Pericle; il medioevo derivava dai dieci comandamenti e dai padri della chiesa; le idee degli illuministi crearono una nuova società; l’URSS si fondava sulle idee di Marx e Engels”.

Dal momento che si è sempre occupato di lavoro e che la società attuale si basa sulla mancanza di lavoro (tra gli ultimi volumi: “Lavoro 2025”, 2017; “Lavorare gratis, lavorare tutti”, 2017; “Il lavoro nel XXI secolo”, 2018), De Masi è convinto che stiamo passando ad una società fondata sul tempo libero e di conseguenza si lavorerà sempre meno. Ha fiducia che si metterà mano a una grande redistribuzione: del lavoro stesso, delle garanzie, del potere, del sapere e delle opportunità. Mutuando l’idea di Gianbattista Vico: “Il mondo è giovane ancora”, crede nel futuro “perché i ragazzi di oggi possono volare in tutta Europa con pochi soldi, vivono un’epoca globale piena di stimoli, e hanno più tempo da dedicare all’ozio creativo”. (cfr.: “Ozio creativo”, 1991; “Una semplice rivoluzione. Lavoro, ozio, creatività: nuove rotte per una società smarrita”, 2016)

Se nella società industriale si erano affermati bisogni connessi “alla razionalizzazione, all’efficienza, alla specializzazione, alla produttività, al consumismo”, nella società postindustriale, per De Masi, emergono valori come “l’intellettualizzazione, la creatività, l’etica, l’estetica, la soggettività, l’emotività, l’androginìa, la destrutturazione del tempo e dello spazio, la virtualità, la qualità della vita”. E da lì, l’introspezione, la solidarietà, l’amicizia, l’amore, il gioco, la bellezza, la convivialità: in una parola, attività di tipo intellettuale, spesso creativo. La sua “creatività” è definita: “una sintesi di fantasia (con cui si elaborano nuove idee) e di concretezza (con cui le nuove idee vengono tradotte in realtà)”. In molte di queste attività, la quantità e la qualità del prodotto non dipendono dal controllo esercitato sul lavoratore ma dipendono dalla sua motivazione e dalla sua possibilità di operare in quella felice condizione che De Masi chiama provocatoriamente “ozio creativo”. Non si tratta di pigrizia o disimpegno ma “di quello stato di grazia, comune a molte attività intellettuali, che si determina quando le dimensioni fondamentali della nostra vita attiva si ibridano e si confondono consentendo l’atto e il prodotto creativo”. L’esempio da lui citato è lo stato d’animo dell’artista che realizza il suo capolavoro, oppure del bambino quando costruisce il suo castello di sabbia.

In questa dimensione postindustriale, De Masi è convinto che questo sia “il migliore dei mondi esistiti finora”, nonostante il disorientamento che caratterizza la società attuale. Tra i fattori che hanno determinato il “disorientamento sociale” occorre citare: i mass-media (che lasciano inevaso il bisogno di sapere); la politica e la leadership (oggi non si dispone di menti illuminate, anche se le personalità del passato condividevano a loro volta un modello di riferimento); la scienza (la citazione è di Karl Popper: “ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria, né il problema che si intendeva risolvere”); l’allungamento della vita; la secolarizzazione (conflitti tra scienza e fede, tra coscienza individuale e etica religiosa). Inoltre, uno dei problemi più annosi è l’azione svolta da entità più potenti degli Stati. Nella società postindustriale “l’economia ha sopraffatto la politica, la finanza ha sopraffatto l’economia, le agenzie di rating hanno sopraffatto la finanza. Ognuna di queste sfere ha indebolito l’altra, l’ha fagocitata e ora la egemonizza”.

Il sociologo sostiene che tuttavia non basta comprendere i meccanismi: “Ci vuole un modello complessivo che ci aiuti a interpretare, prevedere, comportarci”, mobilitando i migliori cervelli per creare una nuova mappa. De Masi ci prova classificando e studiando i principali modelli della storia: il modello cristiano; l’umanesimo spirituale degli indiani; il confucianesimo cinese; la raffinatezza giapponese; la coerenza per i testi sacri dei musulmani. Pare però molto interessato a ciò che si è diffuso in Europa e in Brasile, la sua patria diciamo così di adozione: “il welfare state, nato con Bismarck, è l’orgoglio d’Europa, e se non riconosciamo che la qualità della vita è la nostra materia prima, allora ci giochiamo l’identità, e finiamo per sentirci subalterni agli Stati Uniti, a loro volta dilaniati da mille crisi”. Quanto al Brasile, il sociologo ritiene che si tratta di un popolo mite, generoso, sensuale, allegro, “da sempre un laboratorio interessantissimo del meticciato”.

Partendo dai suoi paradigmi di riferimento, De Masi pensa che occorra compiere un processo in grado di “rianalizzare i grandi modelli di società” per comprendere “cosa risulta ormai obsoleto, cosa va salvato e incorporato nel nuovo modello postindustriale che ci tocca costruire”. In realtà, occorrerebbe compiere, con l’apporto interdisciplinare di esperti nei vari campi del sapere, “qualcosa di simile a ciò che riuscirono a fare, nel metodo e nei risultati, gli illuministi, realizzando l’ineguagliabile monumento dell’intelligenza umana che è l’Enciclopédie”.

Questa l’analisi e la proposta di De Masi.

Considerando che siamo entrati in un mondo mutevole e diversificato, in una società complessa che richiede sempre confronti e dibattiti per affrontare nuove idee e per permettere alle stesse di crescere e maturare, crediamo che sia determinante il ruolo degli intellettuali, dei maître à penser, nell’aiutare a prendere coscienza dell’esistenza di una possibile e necessaria ricostruzione di una nuova società, di una nuova cultura e di una nuova politica.

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