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Un uomo che ha attraversato, vissuto e trasmesso il suo tempo

di Anna Avagliano e Pasquale Martucci

 

Dino Betti è stato un uomo che Antonio Gramsci avrebbe certamente definito il “nuovo intellettuale”, ovvero colui che attraverso un lavoro di sintesi riesce ad interessarsi e mischiarsi alla vita pratica dei gruppi, elaborando una nuova coscienza nazionale e superando la dicotomia tra “intellettuali” e “semplici”, tra “classi dominanti” e “classi dominate”. (1)

Proveniente da una famiglia contadina e orgoglioso da ragazzo di aver lavorato e conosciuto la terra, Betti è stato molte cose: lavoratore, studente, partigiano; poi, alla fine della seconda guerra mondiale, ultima gli studi ed inizia ad insegnare metodi nuovi ai ragazzi; diventa sindaco di Savignano dal 1956 al 1960; mette a disposizione a Borgonuovo di Sasso Marconi (dove fondò il Circolo Culturale “Il Cittadino”) il suo salotto, la sua cultura e la sua persona per diffondere un modello di partecipazione alla vita civica del paese.

A dieci anni dalla sua scomparsa (2), abbiamo voluto ricordare un uomo che ha saputo cogliere le sfumature dell’animo umano e ha avuto la capacità di trasmettere ai giovani forza e speranza per affrontare gli ostacoli della vita. (3)

Padre Ildefonso M. Chessa, che lo ritiene un laico dotato di “una spiritualità costruita giorno per giorno, attraverso le fatiche quotidiane, positive o negative, che la vita gli riservava”, sostiene che Betti “adopera la memoria per restituire qualcosa al tempo presente”. (4)

Partendo dai suoi ricordi del 2007 e attraverso documenti, racconti, storie e resoconti  del periodo fascista prima e del dopoguerra poi, tutti contenuti nel volume del 2009, possiamo distinguere la sua vita in tre momenti essenziali: le origini e le esperienze contadine degli anni trenta; la guerra, l’essere partigiano della 7a brigata GAP Garibaldi e il dopoguerra; la sua professione di insegnante e il suo impegno civico, cui ha dedicato il resto della sua esistenza.

Il periodo delle origini è da lui ritenuto bello: nonostante il fascismo c’è però la scuola e il sapere, ma anche il lavoro duro nei campi, la mezzadria, il raccolto da consegnare al padrone dei terreni. C’è anche la famiglia estesa, i nonni e gli esempi trasmessi, la lotta che l’uomo vince piantando, dissodando per godere i frutti del suo lavoro. Del resto, la vita contadina e il sacrificio sono parte fondante la nostra esistenza, in cui il territorio e la cultura dello stesso sono prodotti dall’azione dell’uomo. L’identità culturale trae da quella “cultura popolare, pratica, quotidiana” i principali motivi di fondo, basati sul “senso di appartenenza” e sulle “modalità di comportamento”, che si sviluppano a partire dalla tradizione basata su valori comunitari ed aspirazioni soggettive.

La parte successiva della sua vita è quella riguardante la guerra e le difficoltà delle famiglie, i disagi, le violenze, i morti. Interessante il capitolo sulla caduta di Mussolini e sulla vittoria; il voler suonare le campane a festa, la disillusione di una voce che dice: “Con la vittoria, che cosa si vince?”. In realtà con la prima guerra mondiale il termine vittoria era importante e aveva rappresentato qualcosa, ma ora: che sarebbe accaduto? Intensi i ricordi di un periodo di vita con l’indecisione di diventare partigiano: da un lato “l’importanza di combattere per la libertà e la democrazia”, dall’altro il problema “di imbracciare un’arma e sparare contro un mio simile”.

Poi c’è la chiamata alle armi dalla parte sbagliata, ed allora la scelta di essere partigiano, chiedendo “di non ricevere mai ordini di uccidere qualcuno a sangue freddo”.

Penetranti sono i ricordi di un periodo in cui da una parte e dall’altra si compiono atti violenti. Betti sostiene che nel 1944 vacilla la fiducia nel tempo a venire: “si trascurano gli innesti, non si piantano alberi, nessuno scava fossi di drenaggio per prevenire futuri smottamenti di terreno”. La lotta tra partigiani e tedeschi porta conseguenze nefaste per la stessa esistenza contadina.

Le memorie di Dino Betti si soffermano, in particolare, sul nonno che si occupa e cura gli animali della zona; sui partigiani e le loro storie, gli amici morti, i tedeschi che visitano le case del paese in cerca di cibo. Un racconto intenso è quello dell’evacuazione del paese da parte dei tedeschi che requisiscono le case per i soldati: nella fuga si cerca di salvare cibo e qualche animale con grande difficoltà. In questo periodo buio, le giornate sono vuote e malinconiche: Dino scopre Victor Hugo e i “Miserabili” e anche la “Resurrezione” di Lev Nikolaevič Tolstoj.

E intanto stanno per giungere gli Americani.

Questi due periodi della sua vita possono essere accumunati da racconti con sullo sfondo la vita contadina, fatta di umiliazioni, ma fondata sull’integrità e sulla moralità, sui valori della famiglia. Ci sono storie di paure e di guerra, morti e violenze, ma sembra palpabile la libertà di vivere un’esistenza a contatto con la terra, la campagna. Si sofferma a narrare anche ricette fatte con le castagne, ad illustrare il ciclo di lavorazione, di trasformazione e di conservazione, con puntualità e precisione, con lo stesso metodo che utilizzerà in seguito nella sua attività di insegnante. Ma è ancora il tempo dei racconti con le descrizioni dei particolari nel trattamento dei legumi e nella realizzazione delle farine con la “préda da bater”: racconti e ricordi di una vita dura e sofferta, storie della sua famiglia che ricorda con grande amore.

Il terzo periodo della sua vita è quello più lungo, diverso ma non meno incisivo dei precedenti: lo studio, il diploma di maestro, l’insegnamento, la vita civica.

Una svolta della sua vita avviene nel 1955 quando all’Università di Urbino segue una lezione di John Dewey e si imbatte nel suo modello educativo basato sulla teoria dell’esperienza, come luogo di relazione e di scambio tra individuo e ambiente per realizzare il processo di maturazione dell’uomo. Betti resta colpito da quelle tesi e successivamente, ispirandosi alla pedagogia di Freinet, si impegna nella realizzazione di una scuola del fare: “espressioni libere; testo libero; disegno libero; stamperia e giornale degli studenti”. Si sarebbe dovuto attuare un metodo d’insegnamento rispettoso dei ritmi di sviluppo degli allievi, attivando “l’individualizzazione e il lavoro cooperativo per piccoli gruppi” ed impostando l’apprendimento come ricerca.

Dino Betti utilizza i suoi risparmi per acquistare un “complessino tipografico” a scuola. Racconta dettagliatamente la realizzazione del giornalino dei ragazzi, dall’incisione del disegno, alla composizione dei caratteri, alla stampa. Ciò a Vedegheto nell’autunno del 1955.

Tra il 1953 e il 1955 riporta in un diario la realizzazione dei lavori dei suoi allievi.

Una pagina molto bella dei suoi ricordi è la visita del Direttore per complimentarsi del giornalino, anche se non tralascia di rilevare che sono riportate in uno scritto di un bambino episodi particolarmente violenti. Il maestro è pronto a sostenere il suo allievo: “il ragazzo è nato nell’aprile del 1945, quando ci furono violenze, torture e soprusi. Quante volte avrà sentito queste tristi vicende!”. Un altro scritto puntuale e deciso è la presa di distanza netta sull’errore della valutazione: “il voto brutto è un ostacolo per colui che deve lottare contro tanti ostacoli della vita; quello bello può spingerlo a considerarsi un privilegiato e a considerare gli altri persone di poco conto”.

I testi dei suoi allievi sono pervasi di vita reale e vissuta quotidianamente: prima sono letti e commentati, poi inseriti nel giornale. A scuola i ragazzi insieme compiono operazioni concrete: la descrizione dell’intero ciclo del suino (dalla “scrofa coi lattonzoli”, all’ingrassatura e macellazione del maiale, alla realizzazione delle varie tipologie di salumi con il dettagliato resoconto dei prezzi); oppure, la classificazione delle famiglie per numero di figli con riportato il mestiere dei genitori: il tutto attraverso la costruzione di un istogramma.

Di grande interesse, l’intero processo per la produzione del vino. Gli allievi portano a scuola dei grappoli d’uva, li pigiano ed osservano giorno dopo giorno cosa succede durante la fase di fermentazione. Rilevano con accortezza sapori, odori, colori e tutto ciò che accade nella trasformazione dell’uva in vino e lo annotano meticolosamente. Questa esperienza fu attuata nell’autunno del 1968 e descritta nel giornalino di classe.

I tanti allievi di questo straordinario maestro, che ancora custodiscono gelosamente i testi dei giornalini pubblicati tra gli anni cinquanta e sessanta, in occasione della pubblicazione del volume postumo hanno voluto concedere quei resoconti antichi ma attuali nei contenuti, frutto di un’esperienza indimenticabile.

Dino Betti è stato un uomo che ha attraversato con grande impegno il suo tempo e ha lasciato traccia e testimonianza: ha avuto la possibilità di crearsi una identità concreta, attraverso un sapere che a partire dai libri non ha trascurato mai il confronto con la realtà e i luoghi dove ha vissuto. La sua vita rappresenta la volontà di fare, di ricordare e narrare quella storia che riguarda gli uomini viventi, che “si riuniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi”, come affermava Antonio Gramsci. (5)

Si tratta di una memoria da tramandare, una vita da trasmettere ai giovani. E anche per questo, il Comune di Sasso Marconi ha voluto conferire un riconoscimento a Dino Betti, ovvero: “l’intitolazione della Scuola Secondaria di Primo Grado di Borgonuovo in memoria del maestro Dino Betti”. (6)

A Stefania e Lucrezia

 

  1. A. Gramsci (1929), “Quaderni del carcere”, Osservazione sul folclore, in “Letteratura e vita nazionale”, Einaudi 1950.
  2. Dino Betti è nato a Vedegheto il 26 gennaio 1926 ed è mancato a Borgonuovo di Sasso Marconi il 12 marzo 2009.
  3. Molte informazioni sono contenute nel volume del novembre 2009: D. Betti, “Un maestro ricorda e racconta”, Edizioni Fraternitas 2003 Onlus.
  4. Betti, 2009, p.6.
  5. A. Gramsci (1936), “Lettera al figlio Delio”, in (a cura di A.A. Santucci) Lettere dal carcere 1926-1937, Sellerio Editore, 1996.
  6. Comune di Sasso Marconi, Deliberazione n. 91 del 21 novembre 2018.

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