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Vatolla, Vico e la cipolla

di Pasquale Martucci



Vatolla è situata su una collinetta che domina il paesaggio sottostante e permette dall’alto di guardare il mare, tra la costiera amalfitana e Punta Licosa, da qualsiasi punto di osservazione. E’ famosa per aver ospitato il filosofo Vico, presso il Palazzo Rocca, poi Vargas Machuca, una antica e suggestiva residenza signorile, ora restaurata e resa accessibile ai visitatori.

Da vent’anni, presso quel Palazzo, opera la Fondazione Giambattista Vico e al suo interno vi è il Museo dedicato alla memoria del filosofo della “Scienza nuova”.

Negli anni che hanno seguito la valorizzazione di questo luogo, tanti sono stati gli appuntamenti culturali, con una ricca alternanza di uomini che della cultura umanistica e non solo hanno fatto la loro ragione di vita.

Il Palazzo sorge sul luogo dove, probabilmente, fu eretto un castello, sede del rappresentante longobardo dell’abazia di S. Mango; in seguito, dal 1100, fu di proprietà dei Sanseverino, baroni del Cilento. Il perimetro e le strutture cilindriche, che una volta erano torri, sono oggi le uniche tracce del castello. Quando il feudo, nel 1487, passò ai Griso, subì le modifiche per trasformarlo in abitazione signorile, e tale restò nei secoli a venire. Nel 1660, il palazzo ed il feudo furono dei marchesi Rocca, la famiglia che ospitò Vico. Le strutture, il portale, la corte e parte degli arredi interni sono rimasti invariati, anche con la successiva acquisizione della famiglia Vargas Machuca, nel 1767, quando Francesco, fu nominato da Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla.

Il borgo è oggi importante anche per la cipolla, ormai prodotto tipico tradizionale, e per una festa che intende valorizzare un ortaggio autoctono, ricco di proprietà benefiche, delicato al palato e che non fa lacrimare gli occhi. D’estate per un lungo periodo, tra la metà di luglio e la fine di agosto, la cipolla è oggetto di degustazioni, di vendita, di accoglienza per i turisti. Sono proposti diversi piatti, il cui ingrediente essenziale è la cipolla: frittelle; zuppe; frittate arricchite di cacioricotta; parmigiana; pizza cilentana; torta salata con patate; ravioli; spezzatino di carne; carni cucinate con crema di cipolle. Il tutto sotto l’occhio vigile di Palazzo Vargas Machuca, dove vengono organizzati convegni, dibattiti ed eventi musicali, proprio in occasione della Festa della Cipolla.

L’accostamento tra Vico e la cipolla è stata un’intuizione della stressa Fondazione Giambattista Vico che, considerando anche la caratteristica paesaggistica di Vatolla, intende mettere in connessione i silenzi e la tranquillità del luogo con i prodotti di cui forse lo stesso filosofo si nutriva.

Fatto sta che mettere insieme cultura letteraria con cultura culinaria è ormai un connubio ampiamente sperimentato: il tentativo di valorizzare paesaggio e ambiente, sapori e saperi e di conseguenza quello definito turismo culturale.

Presso questo borgo, dove era stato chiamato per fare da precettore ai figli del marchese, Giambattista Vico approfondì i suoi studi filosofici che lo condurranno in seguito a realizzare la “Scienza nuova”.

Vico, che era nato a Napoli il 23 giugno 1668, a diciotto anni fece un incontro importante che segnerà la sua vita: conobbe il vescovo di Ischia che pensò di indirizzarlo a suo fratello il marchese Domenico Rocca, che aveva necessità di un istitutore per i suoi quattro figli.

Andava egli frattanto a perdere la dilicata complessione in mal d’eticìa, ed eran a lui in troppe angustie ridotte le famigliari fortune, ed aveva un ardente desiderio di ozio per seguitare i suoi studi, e l’animo abborrìa grandemente dallo strepito del fòro, quando portò la buona occasione che, dentro una libreria, monsignor Geronimo Rocca vescovo d’Ischia, giureconsulto chiarissimo, come le sue opere il dimostrano, ebbe con essolui un ragionamento d’intorno al buon metodo d’insegnare la giurisprudenza. Di che il monsignore restò così soddisfatto che il tentò a volerla andare ad insegnare ai suoi nipoti in un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissima aria, il quale era in signoria di un suo fratello, signor don Domenico Rocca …”. (1)

 

E così l’allora avvocato Vico, che aveva compiuto studi giuridici ma che non era interessato ad esercitare la professione, giunse a Vatolla dove restò per nove anni (dal 1686 al 1695), anche se i suoi soggiorni furono a volte brevi perché alternati alle visite della famiglia Rocca presso la corte di Napoli.

Nel borgo cilentano, visitava spesso il Convento francescano di Santa Maria della Pietà per consultare la biblioteca e approfondire il diritto naturale dei popoli, la storia nel progredire delle sue epoche, la filosofia a partire da Platone e Aristotele. Si occupò anche di lingue antiche, di letteratura, di pensiero scientifico, cercando continui approdi verso un sapere che avrebbe dovuto soprattutto risvegliare l’ingegno e condurre al “ben ragionare”. Inoltre pare che, nel piazzale antistante il Convento, amasse leggere all’ombra degli ulivi e soffermarsi a compiere molte riflessioni. I suoi scritti e le notizie tramandate riportano che non disdegnasse di partecipare alla vita e agli eventi che si svolgevano intorno al Palazzo.

A Vatolla, Vico approfondì innumerevoli discipline, studiando in maniera forsennata e risultando segnato anche nell’aspetto per “la continua meditazione”. Quando ritornò a Napoli trovò grandi fermenti filosofici intorno alle idee neoplatoniche, cui aderì in prima istanza. In seguito continuò i suoi studi per realizzare quella che sarà la “Scienza nuova”, resa definitiva nel 1744, dopo svariate revisioni, pochi mesi dopo la sua morte.

Si tratta della summa del pensiero di Giambattista Vico, che aveva già tra il 1720-1722 pubblicato: “Il Diritto universale”, e, nel 1725, i “Principi di una scienza nuova intorno alla comune natura delle nazioni”. Questi scritti sono rivisti nel 1730: la “Scienza nuova seconda”, cui seguono, nel 1734, le “Correzioni, miglioramenti e aggiunte”. I cinque libri della “Scienza nuova”, insieme con l’“Autobiografia” (1725), consentono di cogliere tutto il senso del pensiero vichiano. (2)

In opposizione alla filosofia legata al razionalismo cartesiano e al metodo sperimentale galileiano, Vico si propose l’obiettivo di restituire dignità alle discipline umanistiche, e in particolare alla Storia. Identificò il verum con il factum: la conoscenza è vera solo per ciò che è fatto direttamente, e la storiografia è la disciplina cui bisogna dedicarsi perché studia scientificamente ciò che l’uomo ha fatto. Ribalta così il “cogito ergo sum” di Cartesio, limitandolo alla sua funzione di coscienza e non di scienza, e stabilisce una differenza tra “conoscenza divina” e “conoscenza umana”. Infatti se quello divino è un intelligere perfetto di ogni elemento dell’oggetto, l’uomo può solo limitarsi al pensare e al formulare una verità della quale potrà solo essere partecipe senza mai riuscire a possederla.

Ed allora, il filosofo opta per la fondazione di una “nuova scienza” su base storiografica: sostiene che occorre indagare le cause e rinvenire le leggi provvidenziali cui obbediscono gli eventi storici. Gli strumenti della nuova storia sono la filologia, che non è solo studio erudito di tipo linguistico ma anche approfondimento di tutti gli aspetti giuridici, economici, politici e socioculturali di un periodo storico, e la filosofia, cui spetta il compito di raccogliere e organizzare tutto ciò che è emerso dallo studio verso le cause universali della Provvidenza. Vico crede che sia importante realizzare “una storia ideale eterna”, muovendo dal desiderio dell’uomo di superare lo stato primitivo di caduta e di bisogno, con la finalità di dirigersi verso l’ordine divino cui sente di appartenere. Questo sforzo, denominato “conato”, serve a superare quegli impulsi primitivi che si affidano esclusivamente agli stimoli dell’istinto ferino. Per il filosofo, sono tre i fatti (istituzioni civili) che fanno uscire l’essere umano dalla condizione della bestia: “il concetto di religione, lo strumento del matrimonio, il ricorso alla sepoltura dei morti”. Vico divide quindi la storia in tre differenti età: l’età degli dei, in cui gli uomini, affidandosi esclusivamente ai propri sensi e alla loro fantasia, interpretano il mondo come un gigantesco organismo in cui le forze naturali diventano divinità, benefiche o punitive; l’età degli eroi, in cui la società inizia a stratificarsi e un gruppo si impone con la forza sugli altri, arrogandosi quelle qualità che prima spettavano agli dei. E’ il tempo della virtù aristocratica (in cui si fondono, tra le altre, valore militare, pietà, temperanza e coraggio), fondata sul dominio dei pochi sui molti; l’età degli uomini permette di trovare un fondamento e una spiegazione razionale, basandosi sul principio di uguaglianza. In quest’età, oltre alla filosofia e al diritto naturale che assicura la convivenza civile, nascono anche le altre discipline, come la logica, l’economia, la politica.

Vico trova una metafora tra queste tre età e i tre gradi della mente umana, che sono quindi differenziati in senso, fantasia e ragione. E’ la rivalutazione degli aspetti creativi e fantastici, esclusi dal “metodo” cartesiano. Assegna alla fantasia lo sviluppo della sapienza poetica: la poesia, nata prima ed indipendente dalla ragione e dall’intelletto organizzato, è così l’espressione di una facoltà a sé stante, con cui gli uomini esprimono il trascendente attraverso il linguaggio. L’esempio è la poesia omerica dell’Iliade e dell’Odissea. Alla decadenza della poesia con il sopraggiungere del raziocinio corrisponde invece l’affermarsi, sia a livello del singolo individuo che dello sviluppo dell’umanità, dei “concetti universali”. Le istituzioni (le nozze, i tribunali, la sepoltura dei defunti) sono la provvidenziale regolamentazione di istinti primordiali: la libidine porta alla costituzione delle famiglie; la necessità di limitare il bellum omnium contra omnes e il timore della vendetta privata spinge alla formalizzazione delle leggi; l’ansia della morte genera l’insorgere del culto dei morti. Questo ordine provvidenziale, che non determina una diminuzione della libertà umana, si manifesta in percorsi differenti delle singole nazioni: in alcune di esse, per esempio, la società è rimasta ferma a uno stadio primitivo e barbaro, o ancora altrove all’età degli eroi.

La storia, in una celebre formulazione di Vico, è un ciclo di corsi e ricorsi. In questo senso, “l’età degli dei, degli eroi e degli uomini” si susseguono ciclicamente, in un percorso in cui allo sviluppo razionale dell’ultima età subentrano, per degenerazione, germi di corruzione e crisi che fanno crollare le istituzioni fino alla tirannide e all’anarchia. Tra le cause principali che affliggono l’età degli uomini e della civilizzazione, ci sono lo scetticismo e il relativismo etici, che fanno preferire all’uomo il proprio tornaconto rispetto al bene comune, e la laicizzazione della cultura, che intacca il valore della religione come elemento fondante del vivere collettivo. Da qui, la provvidenza divina, che fornisce i rimedi alla crisi della civiltà, attraverso: l’azione di un monarca (la figura di Ottaviano Augusto è considerata importante per aver ripristinato le leggi); l’assoggettamento di una nazione in crisi da parte di nazioni più stabili; la caduta in uno stato bestiale, anteriore alla civiltà, a partire da cui gli uomini ricominceranno il ciclo delle tre età.

Questo filosofo, che Vatolla è riuscito a valorizzare oltre i consessi di esperti e specialisti del suo pensiero, riuscì a trasmetterci dunque alcuni concetti essenziali: il principio del “verum-factum” e la necessità di fondare scientificamente l’indagine storica; la teoria delle tre età della “storia ideale eterna”; il concetto di corsi e ricorsi storici; il ruolo della poesia, della sensibilità e dell’immaginazione rispetto all’uso esclusivo della ragione.

Il pensiero di Vico dopo la sua morte cominciò soprattutto in Francia ed Inghilterra a “germinare spontaneamente”.

E quando poi, settanta o ottant’anni dopo, quei concetti divennero patrimonio comune della cultura europea, non vi fu chi non rendesse al genio di chi li aveva pensati per il primo quella giustizia piena che i contemporanei gli avevano negata”. (3)

 

Note:

  1. Vico, 1953, “Opere”, in “Scritti autobiografici”, a cura di F. Nicolini, Riccardo Ricciardi Editore, Milano Napoli; Copyright: Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 2004, pp.11-12.
  2. Per affrontare i principi della nuova scienza, ho consultato: G. Vico “Opere”, cit., ed in particolare: “Scienza nuova. Della sapienza poetica, libro secondo, pp.493-727; “Scienza nuova. Del corso che fanno le nazioni, libro quarto, pp.769-824; “Scienza nuova. Del ricorso delle cose umane nel risurgere che fanno le nazioni, libro quinto, pp.835-859.
  3. G. Vico, “Opere”, cit., p.106.

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