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La famiglia Crocco di Licusati

di Pasquale Martucci

 

Licusati è distante da Vallo della Lucania circa quaranta minuti di auto: si trova a 260 metri sul livello del mare, ai piedi del Monte Croce del Calvario (m. 643).

Il borgo, che ha ingenti uliveti da cui si estrae un olio extravergine molto pregiato, vanta origini medievali: il primo abitato si raccolse intorno all’Abbazia di San Pietro, risalente all’896, poi presso il Castelluccio o Castello di Montelmo, centro fortificato oggi abbandonato, per spostarsi poi nella valle sottostante. Il toponimo Licusati deriva probabilmente dal latino “Li accasati”, riferito alle persone sposate residenti in posizione diversa rispetto ai monaci celibi.

Il territorio era una baronia. In epoca longobarda, apparteneva al Principato di Salerno; dal 1077, i normanni di Roberto il Guiscardo inglobarono tutto il territorio nel Ducato di Puglia. Con la creazione del Regno normanno di Sicilia, nel 1130, tutti i diritti e privilegi della baronia di Licusati erano sotto la protezione del re a Palermo. Con la crisi della dinastia normanna, dopo il 1194, l’ordine Premostratense acquisiva il monastero e la sua proprietà per alcuni secoli. Dopo la Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica, il potere dei monaci piano piano fu ridimensionato e l’aristocrazia locale rilevò le loro proprietà. Licusati, partecipò nell’ottocento ai fermenti rivoluzionari, soprattutto ai moti del 1828. Il paese in seguito contestò la soppressione del comune e l’aggregazione al territorio di Camerota, in opposizione alla decisione del regime fascista.

Dunque, Licusati ha visto un passaggio egemonico dai monaci alle famiglie che ne presero il potere. Restano luoghi di interesse storico-culturale che evidenziano quel passato: il Cenobio di San Pietro, che risale al sec. IX; i Ruderi del Castello di Montelmo, del 1079; il Santuario di Maria SS. Annunziata sull’omonima collina (a m. 410); la Chiesa parrocchiale di San Marco Evangelista, del sec. XVIII; la Cappella di Sant’Antonio da Padova, del sec. XVI; i ruderi di alcuni frantoi, operanti tra il 1600 e il 1800; alcuni palazzi gentilizi, tra cui Palazzo Crocco, del sec. XVI, e Palazzo Sofia, del sec. XVII.

Le famiglie più importanti, che in passato gestivano il territorio e le sorti dell’intera popolazione, erano i Gallo, i Crocco, i Parlato, i Ragucci, i Del Duca, i Galato. Dimoravano nei loro palazzi lungo la via che da un antico frantoio va giù fino alla chiesa, dove c’è il Palazzo Gallo. Lateralmente c’è uno strapiombo per difendersi dagli attacchi. Le case sono quelle dei galantuomini, poi ci sono i rifugi più umili che appartenevano ai contadini. Dall’altra parte del centro storico ci sono i boschi. A fianco del paese vi era una collina ricca di querce e lecci, poi finisce il terreno privato ed inizia quello demaniale.

Ho conosciuto nei primi anni novanta le due sorelle Crocco, Pina ed Elena, che insieme ad Antonia, che vive a Milano, sono le proprietarie dell’antico e storico palazzo. La struttura è tipicamente gentilizia, è stata di recente sottosposta a lavori di restauro ed utilizzata in parte come bed and breakfast.

Molti uomini illustri di questa famiglia si sono distinti in svariati settori: lo scienziato e pioniere dell’aeronautica Gaetano Arturo Crocco (1877-1968), il magistrato e letterato Antonio Crocco (1800-1884) e Augusto Crocco, giornalista e scrittore.

Elena Crocco mi ha invitato qualche mese fa a visitare nuovamente Palazzo Crocco e mi ha parlato delle capriate del seicento, che sono state recuperate: “Ogni capriata è composta da due legni obliqui (puntoni) e di una trave orizzontale (catena), ai cui estremi si uniscono con intaglio marginale i piedi dei puntoni e di un legno  verticale (monaco)  contro i cui fianchi s’incastrano le sommità dei puntoni”. (Elena e Pina Crocco, “A proposito di Palazzo Crocco a Licusati”, in http://ricocrea.it, 5 giugno 2019)

Mi ha sempre parlato con grande entusiasmo ed orgoglio della famiglia Crocco: “Ho studiato: sono la prima e mio padre ha venduto parecchi terreni.  Era ricco, aveva ereditato dagli zii. Si era occupato dei beni, che poi mano a mano vennero a mancare. Avendo venduto gli uliveti, sono rimasti solo i terreni seminativi”. (Elena Crocco, intervista, Licusati, 23 giugno 2001)

Nell’ultima visita, Elena si è soffermata sul nonno, Raffaele Crocco, che era avvocato e di cui si conservano interessanti documenti della fine dell’ottocento. Quest’uomo che sposò una donna bellissima, Elena Casaburi, ricordata anche per la sua virtù e per la sua eleganza, oltre ad esercitare la professione forense, curava gli affari di ben cinquantotto fondi agricoli su cui lavoravano decine di persone.

Una antica leggenda parla di Elena, corteggiata da un brigante che la seguì fino a Licusati, dove si fece assumere come lavorante nelle proprietà del suo futuro marito. Ebbene la donna, quando si trovò faccia a faccia con l’uomo, lo pregò di desistere dal suo proposito. Il brigante, in ginocchio, le professò il suo amore ed abbandonò qualsiasi pretesa, dal momento che lei era ormai promessa ad una famiglia prestigiosa e non aveva alcun interesse a seguirlo nella sua vita banditesca.

Tra i ricordi di famiglia, una visita dei briganti, narrata da Giovanna Crocco, una figlia di Raffaele, considerata una sorta di memoria storica. Giunse voce che a Licusati stavano per arrivare i briganti, ed allora le figlie di Raffaele furono rinchiuse nel mezzanino, rischiarato solo da una fioca luce di candele. Bussarono prima al portone, poi senza tanti riguardi spinsero l’uscio ed entrarono. Chiesero molti ducati e gli furono concessi, ma le loro richieste erano ancora esose. L’avvocato Crocco esercitò tutta la sua autorità e disse che dovevano accontentarsi della somma già acquisita. Un brigante si diresse verso il mezzanino e vide le ragazze. Una di loro, la coraggiosa Mariangela, si rivolse gentilmente all’uomo: “Signore, lei è buono, so che non vuole farci del male, magari avrà una figlia come noi a casa”. Il brigante si commosse, si voltò e andò via. Raggiunse gli altri: “Basta quello che ci hanno dato, andiamo via!”.

L’avvocato Raffaele Crocco ebbe molte figlie e solo nel 1899 nacque il maschio della famiglia, il rampollo tanto atteso, Michelino. L’attesa lunga sembrò essere una sorta di maledizione per suo padre, che mori di polmonite quando il suo erede aveva appena quattro anni. Il bambino crebbe allora in una casa di donne, sapendo di essere il predestinato che ben presto dovrà occuparsi di tutti i beni di famiglia. Dalla guerra, tornò malandato e con problemi ad una gamba. Una protesi all’arto non spense la sua voglia di godersi la vita. A venticinque anni andava a fare bisboccia con gli amici senza preoccuparsi troppo del suo futuro; inoltre non era insensibile al fascino femminile. Sembrava non voler mettere la testa a posto, ma lo zio Peppino, venuto provvidenzialmente dalle Americhe, lo rimise sulla diritta via, facendogli sposare una ragazza di Lentiscosa.

Si trattava di una donna di classe ed erudita, appartenente ad una antica famiglia, che allevò i numerosi figli e diede un tocco elegante a quella casa. Il suo nome era Peppina, figlia del professore dove Michelino, senza molti risultati, aveva intrapreso la sua carriera scolastica. Quella bambina, di sette anni più grande, molti anni prima si prendeva cura di lui, lo coccolava e gli pettinava i capelli. Ora suo zio voleva che sposasse proprio lei. Michele aveva vergogna di affrontare le figlia del suo professore, ma non poteva dire di no allo zio Peppino. Partirono alla volta di Lentiscosa con un carretto di doni, provenienti dalle loro proprietà. Furono accolti con entusiasmo: “Michelino Crocco! Che piacere vederti”. Parlò però lo zio Peppino: “Siamo venuti a salutarvi … ma siamo venuti anche per un altro motivo. Michelino vuole sposare Peppinella”. “Peppinella? Mò la chiamo”, disse il professore. La ragazza guardò il giovane Crocco ed esclamò con sorpresa: “E che ci fai tu qua!”. Zio Peppino: “E’ venuto perché vuole sposarvi”. “Sposarmi? Ti conosco come amico, non credo che tu sia innamorato di me!”. Lo zio Peppino rispose: “E’ stato sempre innamorato di te!”.

Si sposarono nel 1926. Michele andò a Napoli dove acquistò la stanza da letto e alcune porcellane che sono ancora nel Palazzo Crocco: hanno più di cent’anni e sono firmate da Richard, prima che questa azienda si fondesse per dar vita al marchio Richard-Ginori. Quando sua figlia anni dopo chiese a sua madre: “Mamma, ma tu eri innamorata di papà?”, ricevette come risposta molto irritata: “Sono fatti miei!”.

Elena Crocco ricorda con affetto la madre e la sua grande personalità. Ma anche la caparbietà del padre che desiderava un destino diverso per le sue figlie.

Quella famiglia disponeva nei primi decenni del novecento di tante terra ma di pochi soldi: Michele, per sistemare le sorelle e pagare gli studi dei suoi figli, aveva dovuto vendere molti terreni. I tempi cambiavano e si stava modificando la società anche per le famiglie abbienti: alle donne fu data la possibilità di istruirsi, anche se dovevano studiare solo per arricchire la loro educazione. Il lavoro era precluso e il loro unico interesse era aspirare ad un buon matrimonio: ci avrebbe pensato un marito a prendersi cura di loro, le ragazze avrebbero portato la dote.

Oggi sono le sorelle Elena e Pina a gestire qualche terreno e il Palazzo Crocco: non sono sposate ma Fabio, figlio della nipote Daniela, la figlia di Antonia (l’altra è Paola), sembra essere colui che in futuro potrebbe mantenere in vita l’esempio di questa antica famiglia.

Il Palazzo, cui si accede attraverso un antico portale, sormontato dallo stemma gentilizio della famiglia Crocco, merita di essere conosciuto. Lo stile dell’edificio è ancora quello di una stanza dopo l’altra, una stanza nell’altra, al primo piano, dove si accede attraverso una scala interna. Gli spazi sono arredati con gusto, con mobili in legno originali, antichi, risalenti per la maggior parte all’Ottocento e al Novecento. Vi sono anche diversi cassoni nuziali, databili tra la fine del Settecento e l’Ottocento, e librerie con volumi antichi, alcuni di pregio. Poi vi era il mezzanino e la soffitta. All’interno del Palazzo, si conserva un dipinto del Seicento, su tela, che raffigura una “Pietà”.

La popolazione oggi non raccoglie più le olive dei “ricchini”: così erano chiamate le famiglie di coloro che disponevano delle risorse di questo vasto territorio. Il rapporto tra chi gestiva il potere e la popolazione è stato sempre molto contrastato, ed allora una parte della gente ha continuato ad utilizzare questo appellativo. Le sorelle Crocco non si capacitano di ciò: “Noi eravamo i ricchini! Non so se ci fosse stata qualche ingiustizia … ma sicuramente non credo da parte della nostra famiglia”. (Elena Crocco, intervista, Licusati, 23 giugno 2001)

Molti hanno avvertito il senso di sfruttamento, ma non tutti. C’è chi ha usufruito di numerosi vantaggi nel rapporto con il potere, o almeno ha aspirato a diventare “ricchino”. E’ soprattutto il caso dei fattori, o di gente che si è affrancata dalla condizione di disagio ed ha ricoperto, con l’istruzione e con l’acquisizione di una posizione più agiata nella comunità, un ruolo di rilievo socio-economico.

Qualche anno fa, agli inizi del duemila, alcuni abitanti di Licusati narravano che ancora i vecchi credevano nella famiglie che hanno gestito il paese. Un tempo i “ricchini” stavano nei loro palazzi, distanti e lontani dal resto della popolazione a condurre una vita agiata e felice, mentre i massari, che lavoravano le loro sterminate terre, vivevano fuori, ai margini, e potevano ritenersi fortunati di avere almeno qualche minima risorsa per potersi sfamare.

Ma le cose sono del tutto cambiate. Il fenomeno dell’emigrazione ha permesso a tanta gente di lavorare fuori e poi acquistare, magari proprio dalle persone più abbienti, i terreni per poter costruire la propria casa, per poter cambiare e modificare la loro esistenza.

Ed oggi non sono rimasti più né i “ricchini”, ma neppure i massari.

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