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Con questo intervento, una riflessione sul cambiamento dei tempi, inizia la collaborazione di Antonio Pellegrino (laurea in Sociologia), attuale Presidente della Cooperativa Terra di Resilienza. E’ stato presidente della pro loco di Caselle in Pittari, oltre che creatore di una delle manifestazioni più interessanti del territorio: “Il Palio del Grano” (www.paliodelgrano.it). Grazie a questa iniziativa, dal 2008 esiste una Biblioteca del Grano; dal 2012: Camp di Grano e la Comunità del cibo Slow Food Grano di Caselle.

 

È cangiata l’aria

di Antonio Pellegrino

 

È cangiata l’aria (è cambiata l’aria) è un modo di dire al quanto diffuso nel senso comune delle lingue dialettali dell’appennino. A Cip Cangia l’aria quando si inneva Cervati ed iniziano a sentirsi le temperature invernali dei venti freddi, a voria (Tramontana) su tutti. Cangia l’aria quando leva a Livantina (Levante) e si schiarisce il colore del cielo, non il calore che può arrivare o andare via. U vientu ri vascio (Libeccio) porta acqua e sabbia, porta l’Africa ogni anno e succede che quando cambia l’aria, si fa tutto rosso! Insomma è cangiata l’aria molto spesso è una questione di venti, di fiato se vogliamo, forse sono i respiri di Gaia. I nostri nonni conoscevano bene i venti, ne anticipavano l’arrivo, ne interpretavano addirittura il temperamento, quasi che i venti parlassero e raccontassero storie agli uomini.

E già, la notte della potentissima, la natività della madonna, l’8 settembre, parlano i venti e resta quello che vince, il più forte. Raccontano, che gli anziani di Cip in quella notte, salivano sul sagrato della chiesa madre al castello per ascoltarli. Si fa presto a dire è cangiata l’aria con dottor Google nell’era del tutto e subito, e talvolta, senza le allerte colorate, manco ci si accorge che il tempo cambia. Il tempo cambia! In realtà, forse il modo più corretto e univoco per definire un cambiamento meteorologico è dire: è cambiato il tempo, il tempo atmosferico.

E sì, come sempre nelle forme dialettali si nascondono complessità tutte da riabilitare. E’ cangiata l’aria, a differenza di è cambiato il tempo, presuppone un cambiamento non solo meteorologico, apre ad un’idea di cambiamento altro, come se cambiasse il mondo ogni volta, come se l’aria, l’ossigeno, il respiro, fossero nuovi difronte ad un nuovo. Infondo, i nostri nonni chiamavano aria (aia) il luogo dove raccoglievano il “pane nuovo”, e con il vento e con i buoi liberavano i chicchi dalla spiga. Il grano diventava pane con l’aiuto dell’aria ed è forse per questo che quando diciamo è cangiata l’aria pensiamo anche a qualcosa di umorale, qualcosa che abbia a che fare con i nostri destini, con le nostre ambizioni, con le nostre operosità. L’aria dei nostri nonni era il centro di una forma di nomadismo stanziale, un iperluogo temporale, dove il padrone del tempo, dopo il sole e il vento, era il walano, il possessore dei buoi.

Che parola walano, molto probabilmente deriva da volano, dal moto in circolo dei buoi e dall’aria che si associa ad essi nel lavoro di pisatura, un lavoro di vento, di vortici, di rotazione, di movimento, di dinamica e quindi di stelle. Si proprio le stelle, e soprattutto la walanedda, la stella dei walani, la stella più luminosa del cielo, la stella della canicola, Sirio. E’ cangiata l’aria dice molto di più di quel che sembra, e la memoria dei nostri nonni non è per niente nostalgica in questa contemporaneità asfittica, né nomade né stanziale e solo occasionalmente capace di avvertire il cambiamento, fosse pure la faccia della luna a cambiare.

Aria, cambiamento, Sirio, non sono che parole nell’oggi della Babele virtuale, eppure le stagioni ci sono ancora, e pare che il grano sia tornato ad essere pane. È un pane nuovo il nostro, e non solo nel senso del pane come prodotto con cui alimentarsi. Il cibo dell’oggi non conosce più l’aria ed è per questo che non rappresenta un cambiamento nonostante cambi spesso confezione, ingredienti, formula. Il nostro pane è nuovo perché siamo noi nuovi, perché stiamo preparando il nostro al cambiamento, quello che verrà dopo la ruralità folclorica e fasulla degli ultimi decenni e perché di anno in anno è cangiata l’aria del mondo. Chissà cosa ci toccherà vivere e sperimentare negli anni che verranno, di certo quello che chiamiamo cambiamento climatico non è più una questione economica o scientifica ma politica, e il cambiamento serve davvero.

Per questo il nostro paese, il nostro grano e il nostro palio, quest’anno vogliono ascoltare di nuovo il vento, per recuperare i sensi nella pratica e nella relazione con gli uomini e le donne del mondo, con le montagne, gli alberi, gli animali e gli oceani di tutto il mondo. Lo facciamo insieme alla walanedda, alla memoria dei nostri avi, alle loro falci che sono tornate a mietere il grano nella festa del grano, ai semi di ieri e di domani. È una questione di radici, di neo-radicamento, di diversità, di valore da condividere nel proprio e nell’altro. È anche una questione di futuro, perché anche noi saremo avi di qualcuno e chissà cosa festeggeranno i nostri poi, poi, poi, nipoti! Forse si festeggerà nel paese dei balocchi, forse nel paese fantasma, forse i mostri e i supereroi saranno in mezzo a noi e le feste saranno tutte uno show!

È per questo che festeggiamo ancora il grano prima che noi stessi. Per questo è cangiata l’aria è l’idea di un nuovo protagonismo, è la prima vecchia pietra di un nuovo muro a secco, un nuovo antro, una nuova luce. Un puntino nello spazio lo chiamiamo stella e diamo alle stelle i sogni, i desideri, la notte. Le stelle senza la notte non orientano nessuno. Al grano serve il sole, che sempre stella è, e saperlo è un atto di coraggio del buon seminatore.

San Vito e il suo cane ce lo ricordano tutti gli anni. Il segreto è il legame tra le cose e le persone, come le montagne e le colline dell’appenino in mezzo al mediterraneo insegnano. Le storie del grano sono tutte comuni, parlano tutte di pane. Ancora il pane! Ecco perché è cangiata l’aria, perché c’è del nuovo nel grano. Ancora il grano! Gira il vortice della storia, il volano, e girano ancora i buoi a Cip, anche se i walani non ci sono più. È un circolo virtuoso quello della memoria viva e lucida, quello dei saperi sedimentati e da innovare, quello del cibo colto, culto, vero.

La nostra agricoltura è la nostra cultura, e il nostro cibo è la nostra verità. Poi lo stare insieme significa condividere anche l’aria, esserne un attraversamento, una collettività in movimento, un respiro del proprio nella relazione, nello scambio, nel lavoro, nel gioco. Il palio del grano ci insegna questo ogni anno e la maestria è in ogni suo protagonista, in ogni indigeno o forastiero che muove lo sguardo verso il cielo per sentirsi a casa nel grano, nel vento, nel sole, nella terra, nella memoria e nel futuro di un pezzo di umanità che ha ritrovato la walanedda e il respiro nuovo dell’aria del cambiamento.

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