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Dopo dieci anni di lavoro, a 90 anni compiuti, il teorico dell’agire comunicativo, dei paradigmi di mondi vitali e sistemi, della razionalità critica, ha pubblicato un lavoro di oltre millesettecento pagine che pone al centro del dibattito filosofico …

 

L’unità della conoscenza

di Pasquale Martucci

 

L’ultima opera di Jürgen Habermas: “Auch eine Geshichte der Philosophie”, che letteralmente si potrebbe tradurre: “Anche una storia della filosofia” (forse altro sarà il titolo quando il lavoro sarà disponibile in italiano), non è solo una storia di filosofia, ma anche una riflessione sul suo compito in riferimento alle azioni dei soggetti che comunicano, si relazionano e si aprono “a processi di apprendimento cooperativo”. E’ una sfida alla modernità e soprattutto alla filosofia, che si disciplina in tante tecniche e non osserva la destinazione dell’umanità in una concezione post-metafisica. (1)

L’opera non è una cronologia del pensiero filosofico, ma guarda piuttosto ad “un processo di apprendimento sorto dal conflitto tra credenza e conoscenza” che riguarda la storia intellettuale europea fin dai tempi antichi: Plotino, Agostino, Tommaso d’Aquino, Kant, Hegel, Marx, Adorno, Horkheimer. Non potendo presumere di spiegare il mondo nel suo insieme usando un principio metafisico, l’intento è di compiere una analisi teorica, rilevando come la filosofia si debba occupare della contemporaneità e dei suoi conflitti, dei processi di apprendimento, delle trasformazioni nell’ambito della scienza, del diritto, della politica e della società, esplorando il rapporto tra credenza e conoscenza attraverso la ricerca. (2)

Interessato a porre in contatto filosofia con teologia e religione, per superare la netta separazione che c’è stata tra “credenza e conoscenza”, Habermas si chiede se la ragione sia utilizzata per rendere pratica la vita sociale, considerando i vari contesti del mondo reale. Questa ragione, come affermato in tanti anni di studio, non può che essere comunicativa, per “creare unità nella diversità storica dei mondi della vita sociale soprapposti”, prestando però attenzione alla possibilità della “scomparsa di qualsiasi pensiero che trascenda ciò che è nel mondo nel suo insieme”. (3)

Sottolineando un lavoro composto essenzialmente in due parti: la prima riguarda la costellazione occidentale di fede e sapere; la seconda si riferisce alla libertà razionale, ovvero i processi di modernizzazione a partire dalla filosofia del soggetto, Maria Calloni rileva il superamento da parte di Habermas della concezione religiosa di Max Weber, riconoscendo la “funzione dei riti” nel produrre le identità sociali. (4)

Giancarlo Bosetti sostiene che il filosofo e sociologo tedesco, senza abiurare al “pensiero generale”, intende realizzare “un progresso che regola, con il diritto, il traffico delle attività umane”. Partendo dagli inizi dell’homo sapiens, Habermas si occupa di “religione-conoscenza-vita delle comunità”, affermando che la dimensione sacrale e rituale precede la stessa formazione del linguaggio, ovvero ciò che è stato per anni il suo principale campo di interesse con la teoria dell’agire comunicativo, un lavoro pubblicato circa quaranta anni fa. Sono i fenomeni che, offrendo “insegnamenti morali e principi di sapere”, permettono di affrontare le minacce che turbano le regole delle comunità. Con quest’ultimo lavoro, intende esplorare i legami tra individuo e comunità e contribuire alla formazione del noi “nella concretezza storica delle forme particolari di vita che ogni comunità assume, con le sue forme guida”. (5)

Nato a Düsseldorf  nel 1929, allievo di Adorno, formatosi alla scuola di Francoforte e al pensiero di C. S. Peirce, Jürgen Habermas ha affrontato i problemi della comunicazione e rivendicato il ruolo politico della “razionalità come dialogo”, cercando di fare scaturire una teoria generale della società. A partire dalla sua opera più importante, “Theorie des kommunikativen Handelns” (“Teoria dell’agire comunicativo”, in italiano), ha individuato tre direttrici di ricerca: la prima sul concetto di razionalità cognitiva; la seconda che cerca di integrare i paradigmi di mondo vitale e sistema, la terza che affronta una teoria della modernità in cui confluiscono gli apporti più significativi della ricerca sociale. (6)

Nella “razionalità comunicativa”, per Rusconi, la teoria critica della società apre all’universo concettuale della filosofia analitica e del linguaggio anglosassone. Riprendendo i maestri del pensiero sociologico, si pone la questione di fondare razionalmente “l’intendersi e il capirsi”, il consenso sociale come mutamento del paradigma della “coscienza e della comunicazione”, in quanto “la razionalità comunicativa non è un processo della coscienza ma un medium di riproduzione simbolica del mondo vitale”. (7)

L’intento habermasiano è di proporre  la ricostruzione della razionalità attraverso “la pragmatica formale del linguaggio”, la “rivisitazione dei modelli d’azione sociale mirata alla discriminazione tra modello d’agire comunicativo e modello strategico”, l’analisi del “mondo vitale” (lebenswelt), lo studio “dei processi e delle aporie della comprensione di senso”. Formula concetti e categorie sociali: azione/sistema; ambiente/mondo vitale; processi dell’intendersi, cioè comprensione/intesa/consenso. Procedendo sul piano metateoretico e metodologico, il pensatore tedesco introduce i criteri di analisi: l’agire comunicativo come intenzione di intendersi e il linguaggio come medium. L’agire non comunicativo mira al contrario all’autoaffermazione (successo e influenza), mentre il primo all’intesa dove si manifesta la comprensione. (8)

I tipi di modelli di azione sociale sono: 1) teleologico; 2) regolato da norme; 3) drammaturgico. Nel primo caso, si tratta di un “mondo di fatti”, un presupposto ontologico; nel secondo, di un mondo di regole in cui confluiscono oggetti e norme; nel terzo, di un mondo soggettivo di esperienze in cui l’attore presenta se stesso davanti agli altri e introduce la sua riflessività. Alla fine del processo, c’è l’agire comunicativo, imputabile ad un soggetto capace di linguaggio e azione, aperto alla “comprensione-del-senso” e al problema dell’interprete. (9)

A tale proposito, Habermas scrive:

Soltanto con il ritorno all’orizzonte che forma il contesto proprio del mondo vitale (…) si modifica il campo visuale in modo tale che diventano visibili i punti di collegamento della teoria dell’azione con la teoria della società. Il concetto di società deve essere connesso a un concetto di mondo vitale, complementare a quello di agire comunicativo”. (10)

Sintetizzando, cerca di definire una teoria finalizzata alla comprensione dei fenomeni sociali che superi il riduttivismo di tipo positivistico, partendo dall’assunto che la tecnica non è mai cosa neutrale, ma il frutto di una precisa scelta ideologica umana, che si occupa più della manipolazione strumentale della realtà che del momento creativo e espressivo. Se ogni discorso scientifico produce un agire strumentale orientato verso fini individuali, allora occorre contrapporre ad esso l’agire comunicativo, ovvero il momento conoscitivo non assoluto e trascendente: le spiegazioni date ai fenomeni sono “interpretazioni” legate al contesto in cui l’individuo storico e sociale si colloca. In tal modo, l’azione e la ricerca della verità sono continuamente in discussione.

Se la sua critica è alle strutture produttrici di alienazione, alle distorsioni derivanti dal potere come azione umana di dominio coercitivo, alle ideologie che prevalgono sulla comunicazione all’interno della sfera sociale, l’obiettivo è l’elaborazione di una teoria globale dell’azione e dei sistemi sociali, confrontandosi con molti autori del novecento.

Nella sua lunga attività di ricerca di una definizione della società, Habermas ha affrontato l’approccio gnoseologico delle discipline scientifiche e il suo rapporto con le scienze umane; ha compiuto riflessioni sul destino delle società occidentali e gli equilibri democratici; si è occupato di opinione pubblica e tendenze sociali; ha svolto analisi sulle interrelazioni tra democrazia e religione.

Si è dedicato all’analisi sociologica e filosofica, diventando il fondatore della teoria critica; ha poi intrattenuto contatti con studiosi del pensiero, soprattutto: J. Derrida, R. Rorty, G. Vattimo, e realizzato una serie di lavori, pubblicati nel nostro Paese: “Conoscenza e interesse” (1968), Laterza, 1970; “Prassi politica e teoria critica della società”, Il Mulino, Bologna, 1973; “Storia critica dell’opinione pubblica”, Laterza, 1974; “La crisi della razionalità nel capitalismo maturo”, Laterza, 1975; “Per la ricostruzione del materialismo storico”, Etas Libri, 1979; “Agire comunicativo e logica delle scienze sociali” (1981 e 1967), Il Mulino, 1980; “Cultura e critica”, Einaudi, 1980; “Etica del discorso”, Laterza, 1985;  “L’eredità di Hegel”, Liguori, 1988 (con Gadamer); “Il pensiero post-metafisico”, Laterza, 1991; “Dopo l’utopia. Il pensiero critico e il mondo d’oggi”, Marsilio, 1992; “Testi filosofici e contesti storici”, Laterza, 1993; “Teoria della morale”, Laterza, 1994; “Dialettica della razionalizzazione”, Unicopoli, 1994; “L’inclusione dell’Altro. Studi di teoria politica”, Feltrinelli, 1998; “La nuova oscurità. Crisi dello Stato sociale ed esaurimento delle utopie”, Lavoro, 1998; “Profili politico-filosofici. Heidegger, Gehlen, Jaspers, Bloch, Adorno, Lowith, Arendt, Beniamin, Scholem, Gadamer, Horkheimer, Marcuse”, Guerini e Associati, 2000; “Morale, Diritto, Politica”, Edizioni di Comunità, 2001; “Verità e giustificazione”, Laterza, 2001; “La costellazione postnazionale. Mercato Globale, nazioni e democrazia”, Feltrinelli, 2002; “Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale”, Einaudi, 2002; “Storia e critica dell’opinione pubblica”, Laterza, 2002; “L’occidente diviso”, Laterza, 2005; “Ragione e fede in dialogo”, confronto con Joseph Ratzinger, Marsilio, 2005.

Nell’era globale dei social network, Habermas risulta essere molto attuale, avendo posto in essere la forza di un pensiero vivente e di un ragionamento che continuano a suscitare un acceso dibattito nelle comunità scientifiche. Si tratta di un pensatore che ha saputo diagnosticare criticamente il “destino moderno”, il nostro presente, che non va confuso in una semplice reductio in termini dogmatici ma è da comprendere entro l’intero tempo storico anche in relazione al passato e in una prospettiva sistemica verso il futuro.

Definito da molti il “filosofo della democrazia” e del “dialogo” e considerato un importante riferimento teorico e critico del pensiero globale, con la sua ultima opera ha portato a compimento un lavoro durato decenni, indicando le coordinate filosofico-politiche da seguire per non perdere di vista il senso e il significato dell’esistenza, del vivere sociale tra contraddizioni e conflitto, della dialettica degli antagonismi, del riconoscimento e delle forme di vita e di potere.

 

Note:

  1. J. Habermas, “Auch eine Geshichte der Philosophie”, Ed. Suhrkamp, 2019.
  2. Ivi.
  3. Von Jörg Später, recensione all’opera: “Jürgen Habermas, Auch eine Geschichte der Philosophie”, https://www.suhrkamp.de/, 17.11.2019.
  4. M. Calloni, “Habermas ci ripensa: Dio non è morto”, Il Corriere della Sera, 10.11.2019.
  5. G. Bosetti, “Il ritorno di Habermas”, La Repubblica, 11 gennaio 2020.
  6. J. Habermas, “Teoria dell’agire comunicativo” 2 voll., Il Mulino, 1986, ed. or. “Theorie des kommunikativen Handelns”, 1981.
  7. E. Rusconi, “Introduzione all’edizione italiana”, in J. Habermas, “Teoria dell’agire comunicativo”, cit., pp.9-10.
  8. Ivi, pp.10-13.
  9. J. Habermas, “Teoria dell’agire comunicativo”, cit., pp.451-452; cfr. anche: G. E. Rusconi, “Introduzione all’edizione italiana”, cit., pp.13-15.
  10. J. Habermas, “Teoria dell’agire comunicativo”, cit., p.456.

 

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