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La società del Giovin Signore

 

Giovin Signore, o a te scenda per lungo
Di magnanimi lombi ordine il sangue
Purissimo celeste, o in te del sangue
Emendino il difetto i compri onori
E le adunate in terra o in mar ricchezze
Dal genitor frugale in pochi lustri,
Me Precettor d’amabil Rito ascolta.
Come ingannar questi nojosi e lenti
Giorni di vita, cui sí lungo tedio
E fastidio insoffribile accompagna,
Or io t’insegnerò. Quali al Mattino,
Quai dopo il Mezzodí, quali la Sera
Esser debban tue cure apprenderai,
Se in mezzo a gli ozj tuoi ozio ti resta
Pur di tender gli orecchi a’ versi miei.
(1)

 

Parafrasando la vita del giovin signore di Parini, la società signorile di massa è la paradossale definizione di Luca Ricolfi per trattare, attraverso esempi e dati statistici, le nuove dinamiche sociali che si stanno affermando nella società italiana attuale. (2)

Per offrire una definizione di questo fenomeno, il sociologo considera alcune condizioni: le persone che lavorano sono inferiori a quelle che non lo fanno; i consumi sono appannaggio di larga parte della popolazione (più del 50% della stessa); l’economia è in stagnazione e la produttività è ferma. Offre una definizione del concetto e il funzionamento di questo tipo di società; confronta le generazioni dell’ultimo mezzo secolo; osserva la condizione signorile e il consumo globale; si sofferma sulla condivisione di una mente signorile; infine, si pone alcune domande sul futuro di questa società.

Citando Dahrendorf, che nel 1985 affermò: “la società centrata sul lavoro è morta, ma non sappiamo come seppellirla” (3), Ricolfi si pone il problema della crescita delle diseguaglianze e la ricerca vana del lavoro, che privano le persone dei più elementari diritti. La meraviglia è costituita dalla tanta gente che non lavora e trascorre i fine settimana in vacanza, oppure dalle sere quando le piazze sono piene di giovani che apericenano, oppure dagli eventi culturali e musicali che registrano il tutto esaurito, o ancora dai ristoranti pieni e dalle persone che si dedicano alla cura del proprio corpo.

Le contraddizioni sono che da un lato si parla di povertà, la narrazione dominante, e dall’altro di una vita “opulenta”. C’è da chiedersi: non si è forse innescata “una macchina retorica intorno a tutto ciò che ha più possibilità di suscitare sentimenti di pietà e di indignazione dipingendo un quadro apocalittico”, mentre la situazione sarebbe tutt’altro che drammatica? (4)

A tale proposito, molti studiosi vedono la società di oggi molto più avanzata rispetto a quelle del passato: il progresso è evidente; la società è post-moderna/industriale/capitalistica; i consumi sono elevati; il ruolo del sapere, dell’informazione, della conoscenza sono cresciuti; le dinamiche sono relazionali. Se è questa la tendenza, occorre compiere un ulteriore sforzo per raccontare su basi nuove ciò che accade.

Per Luca Ricolfi, la società di questo tipo è una nuova configurazione sociale, è la società signorile di massa, definita: “una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi di quelli che lavorano”. Si tratta di un tutt’uno, coerente, che va compreso nelle sue strutture e nel suo funzionamento, al di là di giudizi politici e morali. Se in passato la “società signorile” era una società in stagnazione, oggi è una condizione altamente ambivalente che tocca più della metà dei cittadini. Ed allora, provenendo i redditi dalle “rendite” e dai “trasferimenti assistenziali”, il sociologo alla società signorile aggiunge il termine di massa. (5)

La prima condizione (più inoccupati che occupati)

I non lavoratori sono oltre il 50% della popolazione, tra nativi e stranieri; fino al 1964 la situazione era inversa. I non lavoratori sono gli invalidi, gli studenti, i pensionati, i coniugi di partner che lavorano. In tutti gli altri Paesi la percentuale è inversa. (6)

La seconda condizione (consumi opulenti in assenza di lavoro)

L’accesso ai consumi è di massa. La transizione verso la società opulenta avviene negli anni 1980/2000, coinvolge i ceti medi e riguarda beni voluttuari. Si tratta del possesso di 2 o 3 auto con tutti i comfort, di attrezzature da sci o da sub, di week end ripetuti, di abbonamenti satellitari al calcio e alle serie TV, di Ipod, Ipad, tecnologia per essere al passo coi tempi, di corsi di lingue e lezioni private, di cibi macrobiotici, new age, utilizzo di palestre, coach, personal trainer; ma anche di consumo di droghe (con accesso alla moltitudine di persone) e gioco (il mondo gaming). (7)

Per Ricolfi, “nella popolazione nativa il surplus, ossia il consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza”. E’ la seconda transizione consumistica, in cui i signori sono più numerosi dei produttori e chi non lavora è in genere legato a chi lavora da relazioni familiari. (8)

La terza condizione (stagnazione e società a somma zero)

La società smette di progredire se il suo tasso di crescita, calcolato in cinque anni, è negativo o prossimo allo zero. Fino al 1995 la ricchezza aumentava costantemente, poi la doppia recessione del 2008/2009 e del 2011/2012 ha portato la crescita prossima allo zero. Avviene però che la stagnazione produce cambiamenti, e non staticità, anche se l’ammontare complessivo delle risorse economiche resta sostanzialmente costante producendo proprio la società a somma zero. In genere, nella crescita a somma zero i progressi dell’uno sono a danno di quelli dell’altro; ora accade invece che cambia tutto senza crescita, situazione che non si è mai verificata nella storia. (9)

La società signorile di massa si realizza attraverso tre pilastri, mettendo a confronto tre generazioni. (10)

  • Enorme ricchezza reale e finanziaria, accumulata da due generazioni, chi ha fatto la guerra e chi non l’ha fatta.
  • Abbassamento degli standard dell’istruzione, con l’inflazione dei titoli di studio, il rallentamento della produttività, la riduzione della mobilità sociale, la frustrazione collettiva.
  • Infrastruttura paraschiavistica, ovvero l’occupazione di posizioni sociali da parte degli immigrati. Il fenomeno si è riscontrato a partire dal 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica; dagli anni 2004 al 2007, con l’allargamento dell’UE all’est; dal 2011, con le primavere arabe e gli interventi in Africa settentrionale (la Libia del post-Gheddafi).

Osservando l’evoluzione del potere d’acquisto (primo pilastro), è la generazione che ha vissuto la guerra e quella dei suoi figli, dal 1946 al 1992, che con lavoro e risparmio ha consentito al Paese di diventare una delle potenze del Pianeta. In questo periodo, specie negli anni ottanta e novanta, il risparmio è avvenuto grazie allo spirito di sacrificio, alla laboriosità, al debito pubblico e alle bolle speculative sui mercati. Dal 1964 al 1994, l’Italia si trasforma in una società fondata sulla rendita, in cui il cuore del sistema produttivo (salari e profitti) si riduce a favore dei redditi che non provengono da essi, perché sono “il risultato dell’interposizione pubblica e delle innumerevoli sacche di privilegio che essa genera”. E ora, il miglioramento del tenore di vita è affidato solo alla dinamica della ricchezza, di beni e prodotti finanziari. (11)

Per quanto riguarda il secondo pilastro, l’abbassamento del livello di istruzione, i percorsi di studio sono diventati più facili e si abbandona “l’idea che lo studio comporti impegno e sacrificio”. Connesso alla crisi del sistema educativo, è la realizzazione della “disoccupazione volontaria giovanile”. Il fenomeno accade quando il lavoro non è ritenuto all’altezza “delle proprie capacità”, “del proprio talento”, o degli standard di reddito ritenuti adeguati ai propri bisogni. Non si accetta neanche provvisoriamente un lavoro inadeguato, ma si rinuncia all’occupazione in attesa di altre e migliori opportunità. E, dice Ricolfi, questo fatto è collegato alla “distruzione della scuola”, che ha rilasciato certificati che non garantiscono nulla a milioni di persone che credono, al contrario, di avere tante abilità e talenti. La gioventù attuale cozza contro tre macigni: a) i redditi concessi sono eccessivi rispetto alle capacità produttive dell’Italia; b) i titoli di studio rilasciati sono eccessivi rispetto alle capacità e conoscenze; c) la socializzazione di massa moltiplica il numero degli aspiranti a posizioni sociali medio-alte, anche se le posizioni restano inalterate. (12)

Il terzo pilastro riguarda le infrastrutture paraschiavistiche. Si tratta di ruoli servili, ipersfruttamento, assenza di diritti. La categoria è formata da: lavoratori stagionali (nei campi del mezzogiorno); prostitute (gestite dalle organizzazioni criminali); persone di servizio (lavoratori domestici); persone al servizio di altri (dipendenti in nero, sottopagati e licenziabili in ogni momento); consumatori di sostanze illegali (il cui traffico è gestito dalle organizzazioni criminali); addetti alla GIG economy (consegne a domicilio, lavoretti vari con contratti capestro e ritmi di lavoro snervanti); addetti ai servizi esternalizzati (sorveglianza, pulizie, assistenza); lavoratori di cooperative e multiservizi. (13)

Ricolfi si sofferma sulla condizione signorile, introducendo Keynes. L’economista quasi cento anni fa teorizzò sia che  il progresso tecnologico avrebbe fatto accrescere la produttività di otto volte, sia che ci sarebbe stata una drastica riduzione degli orari di lavoro. Il problema, al limite, sarebbe stato di trovare come impiegare il tempo libero. (14)

In Italia, tuttavia, il dimezzamento del “tempo di lavoro” non ha prodotto la riduzione dell’“orario giornaliero”, ma solo una minore fetta di popolazione occupata e tanti non lavoratori; e poi la disponibilità di tempo libero non ha portato l’elevazione dei livelli culturali e la vita piacevole e salutare, come affermava Russel ne: “L’elogio dell’ozio”, del 1915 (15), ma si sono scelti i consumi per utilizzare il tempo libero.

Fenomenologia del consumo signorile

In Italia più del 50% delle famiglie dispone di casa di proprietà, auto; trascorre molti periodi di vacanza e si dedica al consumo voluttuario. Ed allora la nuova fenomenologia può essere così intesa:

  1. i livelli di benessere sono al di là della sussistenza;
  2. chi lavora è minoranza;
  3. il tempo dedicato allo svago è superiore a quello di lavoro;
  4. tra i redditi che alimentano i consumi primeggiano le rendite.

Tutto ciò come accadeva un tempo ai nobili, proprietari e classe agiata. Il riferimento è al giovin signore di Parini, che può permettersi di coltivare se stesso grazie alle risorse e all’indulgenza dei genitori. (16)

Ricolfi si domanda qual è oggi la mente signorile?

Citando Bateson e la “Pragmatica della comunicazione umana” di Watzlawick, Beavin e Jackson, con gli assiomi della comunicazione umana e le concettualizzazioni sul double bind (17), il sociologo descrive una sorta di doppio vincolo tra produttori e non produttori.

  • Nella società signorile classica, tra signori e sottoposti, il collegamento era unidirezionale, vantaggioso solo per i primi. Il signore comanda, il sottoposto ubbidisce. (18)
  • Nella società signorile di massa chi lavora ha il privilegio di non dipendere da altri, ma ha anche l’obbligo “di rendere possibile il consumo signorile, ovvero l’accesso al surplus da parte dei non produttori”. Questi ultimi hanno il privilegio di consumare senza lavorare, ma dipendono dalla benevolenza dei produttori sull’uso del reddito, determinando che “il consumo signorile non è emancipato come nella società signorile semplice”. (19)

Allora accade che coesistono, come nel doppio legame, due racconti opposti: uno vittimistico, uno stigmatizzante, ed entrambi sono utilizzabili sia per descrivere la condizione del produttore, sia per descrivere quella del non produttore. Il giovane laureato che non lavora grazie alle risorse familiari accede ai “consumi opulenti” ed è descritto come bamboccione, una condizione parassitaria. Il lavoratore o il pensionato che sostiene la famiglia è descritto come colui che si sacrifica assicurando i consumi a tutti, ma è anche considerato un privilegiato. Questa è la percezione e l’autopercezione della società. (20)

Per il sociologo: “nella società signorile di massa, l’identità, l’immagine di sé, la percezione che di noi stessi possono avere gli altri, sono intrinsecamente instabili, perché – in ogni momento e da parte di chiunque – possono essere ridefinite e capovolte di segno”. (21)

Incidono la comunicazione e l’interazione sociale, in un contesto individualista, come lo sono le società del benessere che hanno attuato la democrazia e il libero mercato. (22)

Quale futuro?

Si parte dall’assunto che in Italia ci sono tre anomalie: siamo tra gli ultimi per livello di istruzione; utilizziamo la tecnologia ai fini dello svago; il reddito è destinato prevalentemente al gioco d’azzardo. Procedendo così, si manifesta un’immagine sconcertante, ovvero un Paese che non studia, non legge e gioca, credendo che l’ascesa sociale sia “una puntata al gioco del lotto” o sia dovuta alle scommesse. (23)

La domanda è: senza crescita può esserci equilibrio? Ricolfi procede affermando che la crescita in sé “potrebbe essere una parentesi di un paio di secoli nella storia delle società umane”. (24) Potremmo essere dunque capaci di vivere in una società che cambia forsennatamente, ma il reddito non aumenta? Anche qui la risposta può essere del tipo: “una società signorile di massa può galleggiare sul livello di benessere raggiunto a patto che la sua produttività cresce a un ritmo non inferiore a quello dei paesi con cui è costretta a misurarsi sui mercati internazionali”. (25)

Con ciò il sociologo intende affermare che le merci e i servizi devono essere capaci di reggere la concorrenza delle altre nazioni. Dunque, non è possibile conservare il benessere raggiunto senza ulteriore crescita, soprattutto per la dinamica della “produttività del lavoro” che è rimasta ferma per oltre vent’anni. Se non si farà nulla ci sarà un inesorabile declino, anche perché non siamo tanto produttivi per conservare a lungo la nostra prosperità e la vita del giovin signore.

 

 

Note:

 

  1. Il testo è tratto da: Giuseppe Parini, 1763, “Il Giorno”, Ed. Letteratura Italiana Einaudi, 1996, versi 1-15.
  2. L. Ricolfi, “La società signorile di massa”, La Nave di Teseo, 2019.
  3. Cfr.: R. Dahrendorf, 1985, “Pensare e fare politica”, Laterza.
  4. L. Ricolfi, cit., pp.16-17.
  5. Ivi, pp.21-24.
  6. Ivi, pp.30-34.
  7. Ivi, p.101.
  8. Ivi, pp.35-42.
  9. Ivi, pp.42-45.
  10. Ivi, pp.47-48.
  11. Ivi, pp.51-54.
  12. Ivi, pp.61-69.
  13. Ivi, pp.71-86.
  14. Ivi, pp.87-88.
  15. Ivi, pp.88-90. Cfr.: B. Russel, 1915, “L’elogio dell’ozio”, Ed. Longanesi 1963.
  16. Ivi, p.147. Cfr.: G. Parini, “Il Giorno”, cit.
  17. Ivi, p.134. Cfr.: G. Bateson, 1976, “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi, Milano (ed. or. 1972); P. Watzlawick, I.H. Beavin, D.D. Jackson, 1967, “Pragmatica della comunicazione umana”, Astrolabio, Roma (ed. or. 1971).
  18. L. Ricolfi, cit., p.136.
  19. Ivi, p.137.
  20. Ivi, pp.138-139.
  21. Ivi, p.141.
  22. Ivi, p.164.
  23. Ivi, pp.202-203.
  24. Ivi, p.205.
  25. Ivi, p.207.

 

 

 

 

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