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Il mito dell’invisibilità

di Pasquale Martucci

 

Svuotare la ‘ndrangheta dall’interno significa fare capire che il crimine crea ricchezza per pochi e lascia nella miseria; getta nel dolore e nel lutto quanti da essa si fanno attrarre. (…) Svuotare, dribblare, rendere inutile e insensata la ‘ndrangheta comporta una grande capacità di conoscere, comprendere, interpretare, indagare il fenomeno, nei suoi molteplici aspetti. (1)

 

Negli ultimi tempi, i media si sono spesso occupati di indagini e arresti che hanno inferto colpi importanti ad una organizzazione malavitosa, la ‘ndrangheta, spesso considerata sconosciuta, impenetrabile. (2) Ed in effetti, a lungo si è compreso poco di una criminalità, quella calabrese, diversa dalla Camorra e da Cosa Nostra, che al contrario erano state a lungo oggetto di analisi e di studi che ne avevano tracciato origini e sviluppi. Della ‘ndrangheta si riusciva a non sapere, a non trovare traccia: scarsi erano i riscontri e le analisi sociali e antropologiche, prima che il lavoro degli investigatori e la tenace volontà di molti magistrati, tra cui l’azione rilevante del giudice Nicola Gratteri (3), hanno aperto un vero e proprio vaso di pandora.

Le operazioni antimafia sono state favorite dalla collaborazione di imprenditori calabresi, stanchi di essere conniventi e colpiti da continue vessazioni, attraverso il sistematico ricorso ad attività estorsive: le loro denunce, condotte insieme ad intercettazioni e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, hanno permesso di focalizzare le vicende criminali che si svolgono nel territorio calabrese e non solo. La ‘ndrangheta, oltre ai classici interessi criminali, droga, prostituzione ed estorsioni nei confronti di operatori economici, commercianti e titolari di piccole, medie e grandi imprese, ha esteso la sua influenza ai settori leciti, legati al ciclo dei rifiuti e alle energie rinnovabili, e a quelli illeciti delle scommesse online, delle slot machine e dello sfruttamento delle corse clandestine di cavalli, fino a giungere a quelle attività finanziarie gestite attraverso social network e “deep web”. In sostanza, le caratteristiche della ‘ndrangheta sono state sempre legate alla capacità mimetica, collusiva con i poteri politici ed economici e meno violenta di altre. (4)

Prima di analizzare il fenomeno, rilevo il concetto, formulato dall’antropologo Vito Teti, di ‘ndrangheta catastrofe, che “distrugge gli anticorpi della società” e “confonde anche quanti sono lontani da pratiche illegali”. Come tutte le catastrofi, essa genera “assuefazione, melanconia, depressione, sfiducia, spinta ad arrangiarsi, senso di inattività, ma anche alibi per non fare”, permettendo il prevalere di “comportamenti più primitivi, violenti, che occultano gesti di solidarietà e di pietas che pure esistono”. (5)

L’organizzazione ‘ndrangheta

Nel recente volume di Gratteri e Nicaso, “La rete degli invisibili”, gli autori sembrano individuare alcune crepe nell’organizzazione, come dimostrano gli arresti effettuati.

Si parla di organizzazione perché si tratta di una struttura unitaria e un vertice collegiale, provinciale, che rappresenta tre mandamenti della Calabria: la fascia jonica, tirrenica, centro. Ogni mandamento ha rappresentanti territoriali, ogni territorio ha affiliati che dimostrano un notevole senso di attaccamento al clan. Quella calabrese è una piovra con “la testa al sud” (la provincia di Reggio Calabria) e “i tentacoli al nord”, che si diffondono anche all’estero. (6) La ricostruzione degli autori individua la distribuzione territoriale dei clan: a Reggio Calabria ci sarebbero quattro famiglie (Libri, Tegano, Condello, De Stefano); a Gioia Tauro (Piromalli); nella Locride (Morabito-Palamara-Bruzzaniti, Barbaro, Romeo, Commisso, Pelle, Strangio, Aquino-Coluccio, Figliomeni, Maesano-Paviglianiti-Pangallo); a Catanzaro (i Gaglianesi, più altri che controllano la fascia jonica); a Lamezia Terme (Cerra-Torcasio-Gualtieri); a Vibo Valenzia (Mancuso di Limbadi); a Crotone (Grande Arachi); a Cosenza (Rango-Zingari e Abbruzzese); a Scalea (Valente-Stummo), e così via in tutto il territorio. (7) Ciò che impressiona è la totalità del territorio calabrese controllato e il sistema di alleanze che prevede incontri di varie famiglie nel controllo di una zona certamente abbastanza redditizia. Inoltre, quelle famiglie sono i riferimenti, in altre parti d’Italia e d’Europa, di personaggi che gestiscono gli affari, investendo i proventi illegali nel circuito legale. All’estero si distribuisce il denaro nei pacchetti azionari e nei fondi di investimento. (8)

Il fenomeno ‘ndrangheta

La prima condizione è l’appartenenza a qualcosa, ovvero la famiglia e l’organizzazione. Di qui si dipana tutta una mitologia del potere che ancora continua a resistere. Il boss è al centro della comunità: soccorre gli umili e regola le disparità sociali, opponendosi all’autorità statale e adottando un’etica cristiana (pratica religiosa e fedeltà coniugale). Una condizione indispensabile è la segretezza, cioè l’impegno a non tradire mai; chi lo fa è un infame e meritevole di morte. Chi entra nell’organizzazione non ne esce più: realizza un rito di passaggio, ovvero una ri-nascita: è un patrimonio di simboli da trasmettere agli adepti e da veicolare all’esterno. L’iniziazione è la nascita a nuova vita, che si concretizza nel giuramento di fedeltà all’organizzazione. Gli elementi sono il sangue e il fuoco: il primo è la puntura del dito; il secondo è il dare fuoco all’immagine del santo, San Michele Arcangelo, cioè l’angelo fedele che punisce l’angelo traditore. C’è infine il giuramento nei confronti dei fratelli. Con il rito si stabilisce che per diventare uomo d’onore è necessario avere le qualità di esseri soprannaturali, mitici. La ‘ndrangheta condiziona l’immaginario collettivo, costruendo il mito della potenza; il linguaggio è il detto/non detto; l’andatura dell’affiliato è spavalda e plateale. (9)

L’identikit dello ‘ndranghetista

La psicologia dello ‘ndranghetista è legata a: 1) modelli e codici culturali improntati su silenzio, forza, virilità, opposizione al potere legale; 2) vincoli parentali e matrimoni con donne di cultura mafiosa; 3) potere e rispetto verso i capi e odio per tutto ciò che riguarda  il sistema legale; 4) essere all’altezza delle aspettative del clan e lavare le offese con il sangue. (10) Nella cultura della ‘ndrangheta, si sviluppa un “mondo invisibile” che non cessa mai di esistere: non c’è l’io, ma è il noi a soffocare ogni libertà di pensiero e azione. Il noi è la famiglia, il clan, che stabilisce il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, gli amici e i nemici. E’ stabilita così l’immoralità, il rispetto della tradizione, la freddezza emotiva, lo sprezzo del pericolo, il rischio vissuto quotidianamente. (11) Di conseguenza, questa criminalità non può essere associata alla delinquenza comune, ma ha la capacità di conservare “rituali, cariche, gerarchie e rapporti”, che niente riesce a scalfire, neppure l’ampliamento dei mercati e degli affari. (12)

Affari e potere

La ‘ndrangheta ha radicamento territoriale nonostante l’espansione delle attività fuori dai confini calabresi. A livello locale, il sistema estorsivo serve per pagare i picciotti. Per fare ciò c’è bisogno del controllo politico del territorio, appoggiando il candidato maggiormente orientabile: “ciò che realmente conta è accorpare il potere, puntare su uomini politici affidabili, senza discriminazioni o pregiudiziali ideologiche”. (13)

Uno dei paragrafi di Gratteri e Nicaso è intitolato: “L’opacità del potere”, quello politico-economico-massone. La ‘ndrangheta si sviluppa sfruttando, a partire dagli anni sessanta, i proventi dei sequestri di persona e i finanziamenti di opere pubbliche (autostrada, Centro siderurgico di Gioia Tauro, rete ferroviaria). Si intrecciano relazioni con il mondo degli affari e la politica, facendo nascere la Santa, a metà strada tra organizzazione criminale e massoneria, l’alleanza tra le famiglie De Stefano, Piromalli e Nirta, che creano una struttura di vertice simile alla Commissione siciliana. (14) Ben presto la loro vocazione è prettamente imprenditoriale: non ci sono uomini d’onore contadini e pastori. I De Stefano sono i nuovi manager. Intrattengono rapporti con Camorra, Cosa nostra, Massoneria deviata, Banda della Magliana. Oggi, Giuseppe De Stefano ha più dimestichezza con i libri che con le armi. Antonio Piromalli vive a Milano; Aracri estende i suoi interessi negli anni più recenti al nord ed in Germania; Francesco Pesce, Luigi Muto, Domenico Pelle, Domenico Alvaro si dedicano ad appalti, traffico di droga, controllo del mercato del pesce, riciclaggio, truffa, estorsioni. (15)

Le novità del fenomeno

Partendo dal fatto che nella regione Calabria coloro che delinquono (persone denunciate o arrestate per mafia nel quinquennio 2013-2018) sono sempre più giovani, cioè persone che non hanno lavoro, imprenditori, operai, liberi professionisti, si comprende come qualcosa possa essere oggi meno controllabile. (16) Si tratta dei collaboratori di giustizia, un tempo rari, che hanno cominciato a svelare i segreti di una organizzazione un tempo “invisibile”. Sono soprattutto giovani e donne. Emanuele Mancuso racconta dei fatti del vibonese: si occupava dell’“oro verde”, i semi di canapa in grado di produrre due milioni di  dosi di marijuana (valore venti milioni di euro); Francesco Farao, che collabora dal 2018, narra che la sua cosca controllava: pesce, porti, commercio e smaltimento di rifiuti. Giuseppe Giampà a 19 anni è sgarrista e nel 2011 diventa padrino, entrando in carcere con l’accusa di omicidio, traffico di droga, truffe assicurative. (17) Le donne hanno sempre rappresentato l’appartenenza alla cosca: figlie, mogli, sorelle di …, con compiti di trasmettere cultura e valori mafiosi. Poi: Maria Concetta Cacciola si suicida perché accusata di tradire il marito che era in carcere; Lea Garofalo è uccisa perché vuole collaborare; Giuseppina Pesce, definita “fimmina ribelle” collabora con la giustizia perché teme per i suoi figli. Ci sono ancora: Loredana Patania; Giuseppina Multari; Oksana Verman, ucraina, che si libera finalmente di violenza e sudditanza. Le scelte di queste e altre donne hanno aperto un varco nel muro di omertà. (18)

Virilità e machismo

Un capitolo del libro riguarda l’omosessualità. Ferdinando Caristena è ucciso perché gay. Non è tollerabile essere diverso perché il codice mafioso non accetta altro che la virilità. Gli omosessuali devono nascondere la loro condizione e non sfidare l’omofobia. In genere, alcuni boss hanno relazioni in carcere con altri detenuti, ma con la caratteristica di essere parte attiva. Gli altri erano i femminielli. Nella cultura mafiosa gli omosessuali sono inaffidabili in quanto non dotati di “identità certa”. Ad ogni modo l’omosessualità esiste, ed è un mondo sommerso pieno di omissioni; l’importante è che il fenomeno non diventi oggetto di “scandalosa narrazione”. I tempi però stanno cambiando: Rocco Ficara ha sfidato l’omofobia delle cosche. (19)

Il volume di Gratteri e Nicaso tratta di vicende e di fatti emersi dalle ultime inchieste della magistratura, producendo pagine documentate, nomi e cognomi di boss che con le loro azioni continuano a funestare il territorio non solo calabrese. E procedendo così, attraverso le informazioni dei collaboratori di giustizia, hanno tracciato un quadro del fenomeno, un tempo sconosciuto.

Nicola Gratteri ha realizzato nei decenni di lavoro sulla criminalità molti volumi, spesso in collaborazione con studiosi di ‘ndrangheta, tra cui: “Fratelli di sangue”, “Il grande inganno. I falsi valori della ‘ndrangheta”, “Cosenza ‘ndrine sangue e coltelli. La criminalità organizzata in Calabria”, “‘Ndrangheta Le radici dell’odio”, “Dire e non dire. I dieci comandamenti della ‘ndrangheta nelle parole degli affiliati”, “Acqua santissima. La Chiesa e la ‘ndrangheta. Storie di potere, silenzi e assoluzioni”, “Male lingue”, “Oro Bianco. Storie di uomini, traffici e denaro dall’impero della cocaina”, “Padrini e padroni. Come la ‘ndrangheta è diventata classe dirigente”, “Fiumi d’oro. Come la ‘ndrangheta investe i soldi della cocaina nell’economia legale”, “Storia segreta della ‘ndrangheta”, “La malapianta”, “La rete degli invisibili”.

E’ convinto il magistrato, e proprio per questo continua la sua lotta, che è possibile vincere la battaglia che deve essere soprattutto di civiltà, attraverso la cultura e l’istruzione. L’impegno è contro mafia e corruzione, mali endemici che non permettono lo sviluppo ma rappresentano solo una minaccia sul destino del nostro Paese.

 

Note:

 

  1. V. Teti, 2008, “La ‘ndrangheta come terribile catastrofe”, Il Quotidiano della Calabria, 8 marzo 2008. Anche in: N. Gratteri, A. Nicaso, 2019, “La rete degli invisibili”, Mondadori, 171.
  2. N. Gratteri, A. Nicastro, cit.
  3. Nicola Gratteri, nasce nella Locride, diventa magistrato e lavora nella sua terra d’origine. Dal 1989 vive sotto scorta. Grande esperto di criminalità organizzata, ha ricoperto incarichi istituzionali in tema di lotta alla criminalità organizzata. In più di trent’anni di attività in magistratura, ha condotto indagini e permesso l’arresto di centinaia di persone per reati legati all’attività mafiosa. Tra le altre importanti operazioni, di rilievo alla fine del 2019 una inchiesta che ha smantellato le cosche di ‘ndrangheta del vibonese, ricostruendo legami e affari tra imprenditoria, politica e massoneria deviata. E’ stato definito dalla criminalità: “un morto che cammina”, mentre si autodefinisce un “infiltrato in magistratura”. Non va al mare, non può vedere un film al cinema, né seguire la partita allo stadio. Nel libro: “La Malapianta”, afferma: “A due cose non ho mai rinunciato. La prima è coltivare la terra. La seconda è andare nelle scuole per spiegare ai giovani perché non conviene essere ‘ndranghetisti”. Attualmente ricopre la carica di Procuratore di Catanzaro.
  4. N. Gratteri, A. Nicastro, cit., 64-65.
  5. V. Teti, cit.
  6. N. Gratteri, A. Nicastro, cit., 88-89.
  7. Ivi, 91-94.
  8. Ivi, 95-99.
  9. Ivi, 144-154.
  10. Ivi, 136-138.
  11. Ivi, 139.
  12. Ivi, 6.
  13. Ivi, 21.
  14. Ivi, 26-27.
  15. Ivi, 39-47.
  16. Ivi, 54.
  17. Ivi, 102-110.
  18. Ivi, 113-126.
  19. Ivi, 128-135.

 

 

 

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