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La passione del grano e la dimensione di verità

di Pasquale Martucci

 

Un antico rituale, rilevato da Ernesto de Martino negli anni cinquanta in Lucania, è stato centrale rispetto ad una impresa giovanile, la coltivazione del grano secondo metodi legati alla fertilizzazione biologica dei terreni e all’affermazione di varietà e tipologie antiche e legate alla tradizione millenaria di questo antico prodotto.

Tutto questo è avvenuto in un campo nel comune di Rofrano, l’11 luglio 2020, con l’impegno organizzativo da parte di: Francesco Carbone, Raffaele Lia, Vincenzo Giacomo Detta, Fabiana Gerardo, Vincenzo Pecoraro, Giuseppe Guzzo, Alessandro Villano, Antonio Carro, Giovanni Carro; CURVE  InSide Cilento (https://www.insidecilento.it/). L’iniziativa ha avuto quale titolo: “La passione del grano – Rievocazione storica e recupero dei grani antichi – Mietitrebbiatura”.

Tra le altre persone convenute mi preme citare: Antonio Pellegrino, Graziano Ferraro, oltre che naturalmente Angelo Pecoraro e Carlo Palumbo, che del lavoro e della tradizione hanno fatto la loro scelta di vita. Poi lo scenario si è arricchito di cilentani di vari paesi, accorsi per la riproposizione del loro passato, curiosi di vedere all’opera persone che amano il territorio e la loro antica storia, e considerano la  terra come bene comune ed elemento di produzione oltre che di riproduzione, una nuova considerazione del “lavoro della terra” su scala locale. Ci sarà poi la trebbiatura vera e propria, ci sarà poi il momento di convivialità.

Carbone e Pellegrino hanno pensato alla rappresentazione antica della “Passione del grano”, che si ispira al mondo del lavoro contadino, legato ai riti e alla cultura popolare radicati nel territorio lucano. Il rituale propone una rappresentazione simbolica, legata alla “crisi della presenza”, concetto chiave nei lavori di Ernesto de Martino che individuò anche nel nostro mondo civilizzato la crisi, il bisogno di superarla e ristabilire l’ordine comunitario. Il rito aiuterebbe l’uomo a sopportare la crisi che si avverte di fronte alla natura. E questo avviene simbolicamente nell’ambivalenza insita nella “mietitura”, in cui i contadini da un lato vedono pronto il loro raccolto che permetterà di andare avanti e continuare a vivere, mentre dall’altro sono consci del sacrificio che comporta estrarre dalla natura i suoi frutti e ridurla in una sorta di arido deserto, dopo la mietitura.

Lino del Fra ha girato nel 1959 il documentario in Lucania al tempo della mietitura, su consulenza proprio di Ernesto de Martino: si svolgeva un antico rituale contadino, nel quale si metteva in scena una sorta la rappresentazione con elementi simbolici: 1) uccisione/sacrificio del capro del grano; 2) la donna come elemento di fecondità; 3) la spoliazione del padrone dei propri beni.

La prima parte prevede la caccia tra le spighe del capro, che è inseguito e poi ucciso. Si tratta di un animale mitologico responsabile della morte delle messi, l’assassino del grano che nel periodo invernale è causa del “vuoto della natura”. Poi, come accade secondo il ciclo naturale della terra, giunge la donna, la sposa, simbolo di fecondità e di risveglio primaverile, che viene spogliata al fine di spargere e donare le sue vesti ai campi, un passaggio altamente simbolico del rituale che auspica un ritorno alla fertilità per il prossimo raccolto. A corredo, ci sono le ancelle che portano vino ai raccoglitori. Infine, c’è una sorta di aggressione al padrone, una specie di ribaltamento dei ruoli come accade nel Carnevale. Lì i contadini si avventano e sono ben consci di poter almeno per qualche istante praticare la spoliazione di colui che in qualche maniera li vessa e causa i loro stenti, togliendogli il dominio, gli averi, la proprietà.

Francesco Carbone ha contestualizzato l’evento con gli altri ragazzi che si sono animati curando questo campo. E come accade, il terrore del “vuoto vegetale” ha pervaso la loro cura del terreno nei mesi precedenti, seminando antichi grani (carusella, sarachella, miscuglio) ed attendendo impazienti il raccolto. Si prende il passato e lo si rielabora con i mezzi di oggi. Si utilizza un concime biologico, filtrato e fermentato per evitare le erbacce ed avere un campo libero dalle erbacce.

Angelo Pecoraro ha rilevato le antiche abitudini dell’aiuto reciproco, dello scambio delle giornate, quando si falciava il raccolto, prima dell’avvento delle mietitrebbie, prima dell’abbandono dei terreni che in questa zona erano particolarmente importanti per il sostentamento delle famiglie. Una sua felice espressione è quella del “mare di grano d’oro”, che si muoveva spinto dal vento ed offriva uno spettacolo inimmaginabile in giugno, poco prima del raccolto. Nella zona c’erano dodici pariglie di buoi, utilizzate al momento della semina: lavoro ce n’era un tempo, anche se l’unico problema erano le avversità atmosferiche, soprattutto la grandine che non sempre permetteva di giungere al raccolto. C’erano nella zona di Rofrano tanti piccoli appezzamenti e si utilizzava la regola del 9/10: su dieci tommene di terreno solo una toccava ai proprietari, al comune. Il resto era dei contadini che pagavano in genere l’affitto del terreno.

Carlo Palumbo è attento ai giovani: con le conoscenze del passato e con il lavoro possono andare avanti: “Loro hanno idee, ma devono avere l’umiltà di confrontarsi con noi, che abbiamo vissuto in questi luoghi, li abbiamo amati e rispettati”. Il giovane di queste parti prende il sapere per sfruttarlo, ce l’ha nel DNA. Molti sono entrati nell’ottica della terra, con i formaggi, la pastorizia, ed ora il grano. Ma per fare questo devi lavorare tutti i giorni la terra, ed “avere un approccio con quello che coltivi come se fossero i tuoi figli”.

Antonio Pellegrino è l’animatore del progetto: “Montefrumentario. Il Mulino a Pietra della Cooperativa Sociale Terra di Resilienza (www.montefrumentario.it): “investire nelle nostre terre, territori rurali e ai margini dello sviluppo economico”, per una crescita attraverso una rivoluzione culturale e delle colture. Lo scopo è di studiare le specie antiche per trovare quelle che presentano una qualità migliore e più produttiva: gestisce un  mulino dal 2004 affidando i grani antichi ai contadini; poi nel 2008, si decide di passare ad una vera impresa/filiera che coinvolge oggi 80 ettari di terreno, con 14 “cumpari”, tra le province di Salerno, Avellino, Cosenza e Potenza. Il Mulino ritira l’80% del raccolto; l’altro 20% deve essere utilizzato dai “cumpari” per uso personale, cioè per il nutrimento della famiglia. Una Biblioteca del grano serve a studiare, con il concerto delle università, le varietà di grani e la selezione dei semi per un migliore raccolto. L’idea è di riscoprire l’identità alimentare, in quanto il cibo è importante per la nostra cultura, per abbandonare la tendenza alla massificazione degli alimenti che seguono solo la regola della massimizzazione di produzione e profitti.

L’interessante proposizione dell’antico rituale ha fatto da supporto ad una iniziativa molto ben pensata ed eseguita con il concorso di tutti i coinvolti, a partire dai personaggi della rappresentazione e ai vecchi saggi di questa terra, che vedono quei giovani impegnati soprattutto a riscoprire tradizioni e prodotti tipici che con le nuove forme di fruizione possono utilizzare le ricchezze della terra in una “dimensione di verità”, partire da ciò che abbiamo, secondo la felice intuizione di Antonio Pellegrino. E la dimensione di verità parte dalle cose del luogo per utilizzarle e provare forse a vivere un destino diverso.

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