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Per ricordare lo storico e meridionalista cilentano, produciamo alcune considerazioni e un articolo del 1995 di Domenico Chieffallo.

 

Note e riflessioni sullo storico cilentano

 

di Antonio Di Rienzo e Pasquale Martucci

 

Due anni fa, il 18 maggio 2017, il Cilento pianse la scomparsa dello storico Domenico Chieffallo, che aveva con i suoi lavori segnato profondamente questa terra. Molte amministrazioni comunali di questo vasto territorio hanno nei mesi seguenti promosso iniziative celebrative e manifestazioni per tenere viva la memoria di un uomo di grande pregio e valenza culturale.

La nostra conoscenza di Domenico Chieffallo è avvenuta nella seconda metà degli anni ottanta, quando abbiamo fondato il periodico: “Il Mezzogiorno Culturale”. Da lì è iniziato un lungo sodalizio, ospitando sul giornale alcuni suoi interventi e collaborando con le sue iniziative editoriali.

Abbiamo frequentato la sua casa in diverse circostanze, anche nell’ultimo periodo della sua esistenza. Il nostro rapporto è stato sempre schietto, leale, senza infingimenti.

Ci parlava delle sue attività e dei suoi lavori ed affrontavamo le iniziative culturali del territorio: ci invitava alle presentazioni dei suoi libri e ci teneva ad incontrarci sempre quando la pubblicazione era appena stata data alle stampe, per consegnarci personalmente due copie: “una ad Antonio e l’altra a Pasquale!”, affermava. Poi se ritenevamo, manifestando appieno il nostro pensiero critico, avremmo potuto recensire il libro ultimato. Abbiamo pubblicato alcune note sui suoi lavori, oltre che sul periodico: “Il Mezzogiorno Culturale”, soprattutto su: “Il Postiglione”, la rivista di studi storici dell’Arci Postiglione. In alcuni casi, abbiamo commentato diffusamente i suoi scritti, in altri non abbiamo assolto al compito e con rammarico.

Tra le sue pubblicazioni, da ricordare: “Un grido dai bassifondi” (1983), “Terra, fucili e bastimenti” (1984), “Nel regno della lupara” (1985), “La lunga notte della camorra” (1989), “Cilento: contadini, galantuomini e briganti” (1989), “Cilento oltre oceano” (1994), “Cilento e Mezzogiorno” (1996), “Le terre dell’abbandono” (1999), “Novecento Cilentano” (2001), “Il tramonto della cultura contadina” (2005), “Le brigantesse nel Cilento” (2011), “La lunga notte del briganti” (2012). Nella sua produzione letteraria, di  rilievo sono i temi legati alla meridionalistica generale (storia sociale) e ai suoi fenomeni devianti (criminalità organizzata), alle reazioni allo stato di abbandono e miseria del mezzogiorno (brigantaggio ed emigrazione). Partendo da lì, Chieffallo approda al Cilento e contestualizza gli stessi argomenti ricercando documentazione inedita riguardante il territorio. Infine, si dedica ad analizzare problematiche riguardanti diversi paesi del Cilento, sia di stretta attualità sia legate alla ricerca storica: molteplici sono i lavori riguardanti la città di Agropoli, suo luogo di adozione.

I saggi su cui ci siamo soffermati ci consentono di delineare il suo pensiero e il suo approccio culturale ad un territorio che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto puntare allo sviluppo e al progresso, abbandonando fatalismo e rassegnazione. Qualunque fossero le sue attività pubblicistiche, non ha mai trascurato di soffermarsi sulle fonti storiche, sulla documentazione d’archivio, ma anche sulla ricerca di testi e lettere, racconti tratti dalla tradizione orale, che servivano a compiere analisi puntuali ed interessanti. Infatti, nell’analizzare il volume “Cilento oltre Oceano”, su: il “Mezzogiorno Culturale” (n. 33 ottobre 1994), proponemmo il titolo: “Una rivoluzione silenziosa”, e rilevammo: “Il merito maggiore dell’autore è di aver riproposto una massa documentaria inedita o sconosciuta, di aver elaborato una documentazione di prima mano che sarebbe andata irrimediabilmente perduta”.

Alla metà degli anni novanta, quando abbiamo svolto una ricerca sul campo per affrontare la questione terminologica della “cilentanità”, quella tipica attitudine comportamentale e psicologica legata alla cultura materiale di questa terra, che si è poi concretizzata nel volume: “Identità cilentana e cultura popolare”, di fronte alle svariate interpretazioni di diversi studiosi cilentani intorno ad una possibile definizione, Domenico Chieffallo ricondusse il problema alla storia: “Il Cilento, nella sua storia, ha avuto molte dominazioni anche se in alcune zone la presenza dello straniero è stata più tangibile ed in altre meno. Comunque i cilentani hanno ricavato in positivo e in negativo le abitudini dalle dominazioni. Come si spiegherebbe altrimenti il dialetto più stretto in alcuni paesi piuttosto che in altri? Chi ha avuto una forte storia, meno contaminata dal moderno, continua a portarsi dietro caratteristiche più tipiche”.

La storia è stata la sua passione: una storia fatta dai suoi uomini e dalle loro azioni, che hanno sempre caratterizzato la società in cui erano inseriti ed in cui mantenevano le loro precarie esistenze. Attribuiva alla miseria, alla sofferenza e al degrado del Mezzogiorno tanti problemi a volte insormontabili: “gli umili contadini, in punta di piedi e chiusi nella taciturnità propria di chi è solo con se stesso nella lotta per la sopravvivenza, hanno scritto le pagine più vere e spontanee della storia meridionale”.

Nella sua produzione saggistica non manca un’analisi storico-sociale basata sulla necessità di affrancare le povere popolazioni dalla loro condizione: “Nel corso dei secoli, gli interventi per limitare il dominio dei baroni e dare ai contadini la terra e la stessa speranza del riscatto con il passaggio di Garibaldi non modificarono il destino dei poveri e degli umili; ed allora la popolazione preferì ribellarsi guardando con favore ai briganti”. Poi il fenomeno si ramificò e fu costellato di storie e leggende: i briganti divennero bande, terrorizzarono i viandanti, si impossessarono di armi e munizioni, taglieggiavano, ricattavano, uccidevano. La scarsa conoscenza della realtà meridionale portò lo Stato italiano ad agire in modo dissennato cercando di risolvere i problemi sul piano politico non su quello sociale. I contadini continuarono ad essere travagliati dai loro problemi e i grossi proprietari agrari continuarono ad assumere una posizione di preminenza per tutelare i loro interessi: “Non si modificarono le strutture fondamentali e i rapporti di classe della società italiana. Un giorno si preferì essere brigante anziché servo o soldato, ora si preferisce essere emigrante, attuare una protesta sociale che non è più feroce e rabbiosa, ma dignitosa e silenziosa”. L’emigrante potrà altrove migliorare il suo tenore di vita, affrancarsi dall’ignoranza, effettuare rimesse ai familiari rimasti nei luoghi natii, acquistare quegli appezzamenti di terreno che un tempo gli erano stati negati.

Nel bellissimo volume: “Novecento Cilentano”, Chieffallo riporta un sottotitolo molto efficace: “Cent’anni di lotte, speranze, delusioni in una realtà rurale”. Scrivemmo, nella recensione, che probabilmente il solo analizzare questa frase richiederebbe lo spazio di un intero saggio: “Le lotte, le speranze e le delusioni sono proprio i concetti che portano l’autore a definire il novecento una propaggine del secolo precedente e dunque una continuazione dei lavori già realizzati, le rivoluzioni sociali ottocentesche, soprattutto per ciò che attiene il Cilento”.

Domenico Chieffallo ha sempre ricercato documenti per presentare storie minime, testimonianze, scritte e orali, di gente comune. Da qui tracciava alcune tipologie dei fenomeni osservati e contribuiva a svelare la storia della cultura locale. Non si limitava però solo a questo, utilizzava sovente dei parallelismi con la società attuale: trovare, ad esempio, nella cronaca un appello dei giovani alla camorra per un posto di lavoro, non è forse, affermava, simile a ciò che accadeva a tanti che speravano nel fenomeno del ribellismo (il brigantaggio in accezione politica e sociale) per risollevarsi dalle miserie di una condizione segnata da decenni di abbandono da parte delle Autorità statali? Questo si chiedeva nel suo libro del 2012: “La lunga notte dei briganti”, dopo che già un anno prima aveva indagato il fenomeno delle donne: “Le brigantesse nel Cilento”, compiendo uno studio interessante tutto al femminile.

Il quesito che poneva l’autore era: “Dobbiamo condannare o assolvere il brigantaggio?”. Occorreva soffermarsi su due livelli di analisi: se sul piano legale e del diritto non c’è alcun dubbio che i briganti abbiano compiuto azioni delittuose ed ogni sorta di sopruso, volendo contestualizzare il fenomeno e collocarlo entro un ambito più propriamente sociale si devono compiere alcune considerazioni, affidate ai documenti, trattate con la perizia dello storico che, situandosi in una condizione avalutativa, testimonia il disagio di un territorio che si caratterizza per povertà, miseria e abbandono.

Ecco di nuovo il tema centrale di tutti i suoi lavori, quello che a nostro giudizio ha costituito l’importanza della sua opera. Nel volume: “Terra, fucili e bastimenti” e, dieci anni dopo, nel successivo “Cilento oltre Oceano”, esaltava le gesta dei contadini che decisero di prendere le armi per ribellarsi ad uno stato di cose che per secoli avevano dovuto sopportare: le angherie dei padroni, i soprusi dei conquistatori, le violenze dei prepotenti. Ed allora si realizzarono tre eventi che hanno rappresentato una svolta per la statica società cilentana: 1) appropriazione delle terre; 2) brigantaggio; 3) emigrazione. Si tratta di fenomeni che hanno minato le fondamenta di una società che da secoli non riusciva a liberarsi del lineare scorrere dell’esistenza della vita. Non hanno importanza gli esiti, il come e le deviazioni inevitabili, ma il fatto che ci si ribellava all’ordine costituito. Nel primo caso si pensò che anche il contadino avrebbe potuto essere detentore di un bene; con il brigantaggio ci si ribellò per capovolgere il corso degli eventi politico-sociali; il fenomeno dell’emigrazione rappresentò per la popolazione l’idea che solo altrove si sarebbe potuto trovare il pane per sfamarsi e un’esistenza dignitosa.

Se la terra era la metafora della vita, il bastimento era la metafora di un viaggio, di un sogno, di un futuro. I protagonisti di questo sogno sono ancora loro, i contadini, i pastori, i briganti spinti ad affrontare questa esperienza dalla mancanza di quel pezzo di terra per il quale avevano incominciato a lottare.

Questo ben rappresentato scenario storico-sociale fa da sfondo ai successivi e numerosi lavori, che continuano a porre in rilievo una società arretrata, fondata su una cultura rurale, contadina.

In una circostanza siamo andati in dissenso con le argomentazioni di Domenico Chieffallo. Ciò è accaduto con la pubblicazione del volume: “Il tramonto della cultura contadina (nelle antiche terre del Cilento)”, del 2005. Nella recensione al suo lavoro, ci esprimemmo criticamente sul termine: “tramonto”. Manifestammo, infatti, un senso di stupore di fronte a quel titolo: non pensavamo che con tale nettezza si potesse parlare di “tramonto” di una cultura, che pur rappresenta la stessa identità di una zona molto vasta, di una terra che ci ha dato i natali. Non che la cosa non potesse essere, né che dovesse per forza essere negata o sperare che nessuno pronunciasse mai una tale parola. Del resto, il cercare di rivalutare la memoria contadina, l’osservare la perdita di quelle voci, di fatti di vita, di racconti, di canzoni, di ballate e versi, potrebbe indurre a parlare di “tramonto”, a constatare come una “cultura”, in accezione sociologica ed antropologica, si spegne.

Il “tramonto” cui si riferiva Chieffallo era inteso come “silenzio” di voci che non si odono più, di un’atmosfera che non è più legata alla natura, di una natura che non parla più. Una volta c’era armonia, oggi c’è l’abbandono: si è perduta la vitalità, la vita è legata al computer, non si respira più l’aria dei luoghi. E poi vi è la perdita di quei mestieri e di quelle attitudini dovute all’avvento ineluttabile della modernità. Queste affermazioni Chieffallo le fece in pubblico, alla presentazione del suo libro presso la Scuola Media “G. R. Vairo” di Agropoli, il 9 maggio 2005, nonostante l’auspicio che “il tempo non cancelli le nostre radici”. A distanza di tempo, forse possiamo asserire che il senso del suo pensiero non si distaccava da tutte le sue argomentazioni su: abbandono, rassegnazione … e su tutte le tematiche legate ad una storia sociale fondata su miseria e degrado. Forse in quel titolo c’era l’amarezza che le cose sembravano ineluttabili, ferme, senza possibilità di evoluzione. Ad ogni modo, concludevamo la recensione: “Gli elementi trattati nel volume, ovvero la cultura contadina tramontata, sono ancora parte integrante della società cilentana, forse non di tutta ma almeno di quella che si afferma in alcune zone e che si riconduce ai valori legati alle comunità di sangue e di destino: dimensione familiare, ruolo delle madri, solidarietà di vicinato ed anche, perché no, attenzione alla religione ed ai suoi dettami. Se dunque, sul versante dei mestieri e dei mutamenti della realtà le cose sono diverse, la terra non ha più vita e sangue, come sostiene Chieffallo, occorre rivolgersi a ciò che resta dell’identità psicologico-sociale. Quella identità che non può essere negata ma rivalutata, continuando a ricercare attraverso la proposizione delle storie della gente comune del Cilento”.

Dopo quel confronto critico, ci siamo rivisti ed abbiamo affrontato tante altre questioni legate allo studio della società cilentana ed ai fenomeni che ne hanno caratterizzato la sua storia e la sua evoluzione. Non ha mai espresso rancore nei confronti delle nostre posizioni, anzi, accogliendo i nostri punti di vista, ha sempre guardato avanti manifestando l’intenzione di dedicarsi ad altro, di affrontare nuove tematiche. Una volta ci chiamò per chiederci se avevamo trovato nelle nostre ricerche lettere di emigranti significative, dal momento che continuava a cercare documenti su un fenomeno che era stato molto diffuso in questo territorio.

Si è occupato di storie di paesi e di uomini che li hanno popolati. E’ stato molto amato in tanti posti che l’hanno conteso per la presentazione dei suoi volumi e l’hanno cercato quale relatore in occasione di convegni e seminari. Ed in effetti, Domenico Chieffallo ci ha offerto con le sue attività e i suoi studi un esempio di come si possa coniugare la ricerca storica e la conseguente divulgazione ad un vasto pubblico. Ciò ha costituito il successo dell’autore, ben oltre i confini cilentani, dimostrando, con il suo prezioso impegno, che è possibile mantenere vive queste forme di espressioni culturali che rappresentano un dialogo costante con le nuove generazioni, attente e desiderose di riscoprire le loro radici.

 

 

 

Nell’aprile del 1995, sul giornale: “Il Mezzogiorno Culturale” (anno VIII n. 34), pubblicammo un’analisi sulle differenze di sviluppo tra le regioni meridionali e quelle settentrionali del nostro Paese. Domenico Chieffallo scrisse un interessante articolo, con la finalità di indagare i motivi culturali e speculativi del mancato decollo del nostro territorio. 

 

Nel buio della disgregazione

di Domenico Chieffallo

 

Sin dai primi tempi della conseguita Unità d’Italia, il Meridione appariva, a chi su di esso mirava la propria indagine, quel che realmente era: una grave e profonda disgregazione sociale.

Né del resto poteva essere altrimenti. Smembrato da una storia millenaria abbattutasi sulle sue contrade ad opera di tante razze straniere, venute da terre lontane, fatalmente esso era diventato ciò che altri lo avevano reso.

Le stesse classi sociali, del resto, non solo vivevano in continuo e aspro conflitto fra loro, ma ognuna era minata da laceranti contraddizioni interne, sicché, prive di una vera forza di coesione, apparivano disaggregate, disarticolate, disgregate. Il ceto nobiliare, irrimediabilmente escluso dal potere politico e amministrativo, annaspava alla ricerca di una improbabile sopravvivenza; la borghesia emergente non riusciva a trovare, ammesso che a tanto era realmente interessata, una efficace e produttiva collocazione. Ignorando gli insegnamenti del pensiero illuministico, che voleva la riconversione della società in senso più moderno, con un nuovo respiro ed una diversa dimensione dell’economia, dei commerci, dei rapporti sociali, della politica, della cultura, la borghesia non seppe o non volle assumere il ruolo guida della società, rifiutando quelle posizioni di imprenditorialità che ne avrebbero fatto il punto di forza per la ripresa del meridione. L’ultima classe sociale, costituita dalla massa popolare, oppressa dalla miseria e dall’indigenza più accentuata, non ebbe neppure il tempo per maturare quella coscienza di classe che le avrebbe offerto un’arma potente ed insostituibile per una reale aggregazione e per la consapevolezza della necessità di una lotta comune, mirata al riscatto sociale.

Se tuttavia tale innegabile aspetto ebbe ad essere da tutti riconosciuto, ben pochi seppero evidenziare un altro tipo di disgregazione propria del meridione. Una disgregazione che per conformazione e natura finiva con l’influenzare tutta la società, ponendosi fra le tante cause che mantenevano il meridione in uno stato così precario e difforme da zone a zone. Il riferimento va alla disgregazione politica che nelle terre del Sud primeggiava in modo abnorme e deleterio.

Disgregazione politica che purtroppo, a oltre centotrenta anni dalla conseguita unità, continua a imperare incontrastata, rendendo vano ogni serio tentativo per un riscatto socio-economico reale e duraturo. Essa è la costante negativa che caratterizza i rappresentanti del Meridione nel Parlamento nazionale ove, divisi da una cortina ideologica che li tiene in uno stato di continua e abnorme conflittualità, non riescono mai a trovare un motivo di aggregazione, sulla base della comune origine, per una lotta unitaria a favore del Meridione.

I motivi per i quali manca una forza di coesione fra gli esponenti meridionali, in vista del supremo interesse del Sud, sono in parte di ordine culturale, in parte di ordine speculativo.

Culturalmente il rappresentante meridionale, salvo rarissime eccezioni, è distante da una visione globale dei problemi che interessano l’intera comunità posta al di qua del Garigliano. Espressione della propria realtà locale, non ha conoscenza delle tematiche che travalicano quella realtà limitata e circoscritta nella quale si è formato e affermato. Non facciamoci illusioni, la verità è questa: il deputato siciliano ignora le esigenze della Campania, il cui rappresentante a sua volta non conosce i problemi isolani. Lo stesso discorso ovviamente vale per altre regioni del Sud, non riuscendosi a capire che il Meridione deve essere una realtà unica e compatta se vuole veramente avere la forza e trovare le spinte dinamiche per un suo stabile inserimento nel processo evolutivo della nazione. Purtroppo non esistono tra i rappresentanti del Meridione, pur nel rispetto della diversità delle posizioni politiche, strategie comuni di ordine globale, che interessino tutto il territorio meridionale e dalle quali ogni singola zona potrà poi ricavarne utile effettivo e non effimero. Ma ognuno persegue fini particolari che, ove posti in essere, si risolvono immancabilmente nelle famose e mai tanto deprecate cattedrali nel deserto.

Da un punto di vista più strettamente speculativo i rappresentanti meridionali sono portati ad accentrare il loro intervento per le zone di provenienza, anche a scapito di altre zone, spesso innescando quella guerra fra poveri che si rivela sempre deleteria per l’economia di una terra. E tutto ciò in nome di un clientelismo e di un assistenzialismo sfrenato su cui costruire le proprie fortune politiche. Eppure, specie negli ultimi anni, dai rappresentanti del Settentrione viene una lezione politica inequivoca e degna della massima considerazione. Ampi ed improvvisi schieramenti si formano, spontaneamente, fra rappresentanti delle diverse estrazioni politiche, sol che si tratti di difendere gli interessi delle regioni settentrionali. E quel che più vale, prevale in quei rappresentanti una strategia non solo unitaria, ma anche globale, che va al di là dell’interesse della singola regione, per investire il Nord Italia considerato nella sua unitaria dimensione territoriale, sociale ed economica.

La speranza che anche il Sud sappia adeguarsi a certe strategie e sappia superare divisioni e particolarità in vista di interessi comuni e generali di tutta l’area meridionale. Se non sarà capace di tanto, allora il buio della disgregazione continuerà ad imperare. E nel buio tutto continuerà come sempre, con l’imperversare della criminalità organizzata e del lavoro nero, del sottosviluppo economico e della disoccupazione, delle connivenze politiche più o meno palesi e dell’improvvisazione quale metodo di vita, del servilismo obbligato verso i potenti di turno e delle prepotenze prevaricatrici dei gruppi di potere locali. E, fatto ancora più grave, il buio continuerà a coprire quella strada, sempre più nebulosa e lontana, che dovrebbe proiettarci nella nuova dimensione europea.

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