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Nella nostra società si avverte il bisogno di tornare a valorizzare le molteplici forme del dialogo, così come indicato da Socrate, attraverso un processo che, con il ragionamento, la critica delle opinioni, la definizione dei concetti, la formulazione dei giudizi, l’abbandono delle certezze, permetta di realizzare la conoscenza ed abbandonare i comportamenti istintivi.

 

L’arte maieutica

di Pasquale Martucci

 

La mia arte di ostetrico, in tutto il rimanente rassomiglia a quella delle levatrici, ma ne differisce in questo, che opera su gli uomini e non su le donne, e provvede alle anime partorienti e non ai corpi. E la più grande capacità sua è ch’io riesco, per essa, a discernere (…) sicuramente se fantasma e menzogna partorisce l’anima del giovane, oppure se cosa vitale e reale. Poiché questo ho di comune con le levatrici, che anch’io sono sterile … di sapienza (…) quelli invece che amano stare con me, se pur da principio appariscano, alcuni di loro, del tutto ignoranti, tutti quanti poi, seguitando a frequentare la mia compagnia, ne ricavano, purché il dio glielo permetta, straordinario profitto (…) Ed è chiaro che da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da se stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d’averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me. (Platone, “Opere”, 276-279)

 

Socrate, come scrive Platone nel “Teeteto”, afferma che il compito del filosofo è quello di applicare la maieutica, l’arte dell’ostetrica, per aiutare chi ascolta a “partorire” la Verità che già possiede. E come un “ostetrico dell’anima”, il metodo dialettico socratico fa emergere le conoscenze latenti, in una sorta di parto dell’anima, gravida di scienza.

Il termine maieutica viene dal greco maieutiké (téchne) e comporta il “tirar fuori” dall’allievo pensieri assolutamente personali, al contrario di quanti volevano imporre le proprie vedute agli altri con la retorica e l’arte della parola, come facevano i sofisti.

Figlio di Sofronisco del demo di Alopece, nato ad Atene intorno al 469/470 a.C. e morto nel 399 a.C., il pensatore ateniese fu condannato per le sue idee e pertanto considerato il “primo martire per la causa della libertà di pensiero”, dopo un processo che si ricorderà nella storia per l’utilizzo del metodo della “confutazione” (elenchos).

Le vicende della sua vita sono ricavate essenzialmente dalle opere di Platone, di Senofonte e di Aristofane, in quanto non ha lasciato alcuno scritto perché fece dell’oralità lo strumento essenziale del suo “fare filosofia”. Di conseguenza, la sua immagine fu considerata in maniera antitetica: chi parlò (Senofonte) di uomo virtuoso e morigerato, cittadino modello, timorato degli dei, che predicava la virtù ed esortava i giovani al rispetto delle leggi dello Stato; altri lo dipinsero come un pedante seccatore perso nelle sue discussioni astratte e campate in aria (Aristofane). Platone, che lo descrive come un uomo avanti negli anni e piuttosto brutto fisicamente, simile a un satiro ma buono nell’animo, lo considerò un maestro, un “sapiente”.

Le fonti storiche che ci sono pervenute descrivono Socrate come animato da una grande sete di verità e di sapere, che però sembravano continuamente sfuggirgli: era convinto di non sapere e non si capacitava che molti gli attribuissero qualità che non aveva.

Ne: “L’apologia di Socrate”, Platone parla di Cherefonte, amico del pensatore ateniese, che chiese alla sacerdotessa dell’oracolo di Apollo a Delfi chi fosse l’uomo più sapiente. La Pitia affermò che costui era Socrate. Volendo dimostrare che l’oracolo si era sbagliato, il filosofo cercò qualcuno che fosse più sapiente di lui. Si rivolse ai poeti, agli artigiani e, in particolare, ai politici: alla fine del confronto, ognuno di loro fece emergere solo contraddizioni ed inadeguatezze.

Ed allora andandosene disse:

Son più sapiente io di questo uomo; imperocché, a vedere, niuno di noi due sa nulla di bello e di buono, ma costui crede sapere, e non sa; io non so, ma non credo né anche sapere. E pare che per cotesta piccolezza sia più sapiente io, perciò non credo sapere quello che non so”. (Platone, “L’apologia di Socrate”, in “Dialoghi”, 33)

Per parlare di Socrate, occorre contestualizzare il periodo in cui visse. Frequentò il gruppo degli amici di Pericle e conobbe le dottrine dei filosofi naturalisti ionici, di cui apprezzava in particolare Anassimandro. Nel 454, Socrate ebbe modo di conoscere la dottrina degli eleati Parmenide e Zenone; fu in buoni rapporti con i sofisti Protagora, Gorgia e Prodico.

Se in precedenza fu interessato al pensiero di Anassagora, se ne allontanò quando scoprì il vero intento della teoria del Nous (“Mente”) che non identificava il sommo principio del Bene, un principio morale alla base dell’universo, ma rappresentava un principio fisico, una forza materiale.

Probabilmente Socrate era di famiglia benestante, di origini aristocratiche: nei dialoghi platonici sappiamo che egli combatté come oplita nella battaglia di Potidea, e in quelle di Delio e di Anfipoli. Nel 406, come membro del Consiglio dei Cinquecento, difese i generali della battaglia delle Arginuse opponendosi alla richiesta illegale di un processo collettivo contro di stessi. Solo a conclusione del suo mandato, i sei generali furono puniti con la morte. Nel 404, quando i Trenta Tiranni gli ordinarono di condannare a morte il democratico Leone di Salamina, Socrate si oppose all’ordine per non essere complice di “empi misfatti”.

Fu sposato con Santippe, donna insopportabile e bisbetica, che gli diede tre figli: Lampsaco, Sofronisco e Menesseno. Tuttavia, secondo Aristotele e Plutarco, due di questi li avrebbe avuti da una concubina di nome Mirto. Socrate stesso affermò che avendo imparato a vivere con la moglie era divenuto ormai capace di adattarsi a qualsiasi altro essere umano. Egli era talmente preso dalle proprie ricerche filosofiche al punto da trascurare ogni aspetto pratico della vita, tra cui anche gli affetti familiari, finendo per condurre un’esistenza quasi vagabonda. Socrate, non ha caso, viene anche rappresentato come un assiduo partecipante ai simposi, intento a bere e a discutere.

Dopo la sconfitta del Peloponneso (404), ad Atene si insediò un regime oligarchico e filospartano guidato da Crizia, un nobile sofista negatore della religione. Dopo appena un anno, il potere dei Trenta decadde, sostituito da un governo democratico conservatore formato da esiliati politici, guidato da Trasibulo. Egli giudicò Socrate un nemico politico per i rapporti che aveva avuto con Alcibiade, suo scapestrato discepolo e presunto amante, accusato di avere tradito Atene per Sparta.

Il nuovo regime democratico voleva riportare la città allo splendore dell’età di Pericle, riproponendo ai cittadini gli antichi ideali e i principi morali che avevano fatto grande Atene. Ma nella città si diffondeva l’insegnamento dei sofisti i quali invece esercitavano una critica contro le verità precostituite dalla religione e dalla tradizione. I governanti presero ad odiare Socrate, che metteva in evidenza l’insufficienza della classe politica dirigente. Da qui le accuse dei suoi avversari: egli avrebbe suscitato la contestazione giovanile insegnando l’uso critico della ragione.

Il suo pensiero fu molto innovativo e pose le basi per gli sviluppi successivi della stessa filosofia. Socrate considerava il carattere personale dell’anima umana, la vera essenza dell’uomo in quanto carica di significati antropologici ed etici. Tutte le virtù si possono ricondurre al sapere e alla coscienza: l’importante non è vivere, ma vivere bene. Vivere però attraverso il dominio delle passioni e la ricerca dell’autonomia dell’uomo virtuoso che portano una nuova dimensione interiore, che altro non è che la felicità (eudaimonìa).

Mentre gli Orfici e i Pitagorici consideravano l’anima ancora alla stregua di un demone divino, Socrate la fa coincidere con l’io, con la coscienza pensante di ognuno, di cui egli si propone come maestro e curatore. Non sono i sensi a esaurire l’identità di un essere umano, come insegnavano i sofisti, l’uomo non è corpo ma anche ragione, conoscenza intellettiva. Giovanni Reale è convinto che nell’Apologia di Socrate vi è la testimonianza più attendibile in favore della tesi che introduce il concetto occidentale di “cura dell’anima”.

Per il filosofo ateniese, Dio è intelligenza finalizzatrice, entità assoluta della psiche dell’uomo. Oltre agli dei riconosciuti dalla polis, esisterebbe anche una particolare divinità minore, appartenente alla mitologia tradizionale, che egli indica con il nome di dáimōn, un essere che può spingere l’uomo a fare cose sbagliate: è inferiore agli dei ma superiore agli uomini. Socrate, continuamente spinto da questa entità a discutere, confrontarsi, e ricercare la verità morale, si diceva tormentato da questa voce interiore che si faceva sentire non per indicargli come pensare e agire, ma piuttosto per dissuaderlo dal compiere una certa azione.

E’ famoso per il motto: “Conosci te stesso”, risalente alla tradizione religiosa di Delfi, che voleva ammonire a riconoscere i propri limiti, “conosci chi sei e non presumere di essere di più”. Del resto, tutta la tradizione antica mostra come l’ideale del saggio sia quello di abbandonare tracotanza e superbia e conseguire la moderazione.

Se noi credessimo s’ha a cercare quello che non si sa, più buoni ne diverremmo e più forti e più vigili”. (Platone, “Il Menone”, in “Dialoghi”, 216) 

Il metodo socratico è detto “ironico-maieutico”, basato sul dialogo. Parte integrante di questo metodo è il ricorso a battute brevi (brachilogia) in opposizione ai lunghi discorsi (macrologia) del metodo retorico dei sofisti. Il suo discorrere era un dià logos, una parola che attraversava i due interlocutori. Dialogava con brevi domande e risposte proprio per dare la possibilità di intervenire e obiettare a un interlocutore che egli rispettava per le sue opinioni.

Un’altra caratteristica del dialogo socratico, che non chiude la discussione perché la conclusione non è mai definitiva e può sempre essere rimessa in gioco, era il continuo domandare di Socrate su quello che stava affermando l’interlocutore: sembrava quasi che egli andasse alla ricerca di una precisa definizione dell’oggetto del ragionamento.

Ne: “Il Menone”, viene rappresentata l’azione della maieutica, intesa come atto educativo in grado di far venire alla luce la “verità” che è nell’animo di ognuno. Nel dialogo famosissimo di Socrate con un servo, il filosofo dimostra che anche se quest’ultimo non è un geometra, interrogato e condotto a ragionare sulle figure geometriche, può far emergere le conoscenze che crede di non avere.

E rivolgendosi a Menone:

Io non fo nient’altro che interrogarlo, io non l’insegno. Apri pure gli occhi se mai tu mi colga ad insegnargli e mostrar nulla, anziché interrogarlo di quello che da sé pensa”. (Platone, “Il Menone”, in “Dialoghi”, 211)

L’esempio che riporto è il suo intervento per mettere in discussione le accuse durante il processo.

Tu rispondi a noi, o Meleto: e voi ricordatevi di quello che vi ho pregato in principio, di non far rumore se io ragiono nel modo solito. – Ci è alcun uomo, o Meleto, il quale creda esserci cose umane sì, ma uomini no? … (che risponda, o Giudici, e non si dimeni, non ischiamazzi) – c’è alcuno che non creda esserci cavalli, e cose cavalline sì? … Non c’è: o il più buon uomo, se non vuoi rispondere tu, rispondo io a te e a questi altri. Ma a questo devi rispondere tu: c’è alcuno il quale creda esserci demoniache cose, e demoni no? – Non c’è. – Che bene mi hai fatto! che alla fine tu mi hai risposto un poco: ma sforzato. (Platone, “L’apologia di Socrate”, in “Dialoghi”, 39)

Socrate ha raggiunto il suo scopo: l’accusa è proprio quella di credere ed insegnare cose demoniache.

E i demoni non crediamo noi essere Iddii o figli di Iddii? sì o no? – Eh sì! – Dunque se io credo in demoni, come tu affermi, e se i demoni sono cotali Iddii, ecco che dico io, tu fai un enimma, per fare il grazioso, affermando che negli Iddii io non ci credo e ci credo”. (Platone, “L’apologia di Socrate”, in “Dialoghi”, 39)

Socrate come i sofisti metteva in discussione un certo modo di intendere l’ideale educativo della paideia (formazione dei cittadini), con lo scopo di tutelarlo. La paideia esaltava lo spirito di cittadinanza e di appartenenza, elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche. L’identità dell’individuo era pressoché inglobata da quell’insieme di norme e valori che costituivano l’identità del popolo stesso: per questo si trattava di un processo di uniformazione all’ethos politico.

Secondo Platone, Socrate è l’unico che intende correttamente il senso della politica, come capacità di rendere migliori i cittadini esortandoli ad occuparsi, più che delle cose della città, della città stessa.

Fu processato, dunque, per ciò che egli rappresentava, e l’atto di accusa di Meleto di Meleto fu così formulato:

Socrate commette reato non credendo negli dèi in cui crede la città e cercando d’introdurre nuove divinità; commette anche reato corrompendo i giovani. Pena, la morte”. (Platone, “L’apologia di Socrate”, in “Dialoghi”, 27)

L’accusa di “ateismo”, che rientrava in quella di “empietà”, fu evidentemente un pretesto giuridico per un processo politico: lo si incolpò di avere cospirato contro le istituzioni e l’ordine pubblico. Lisia si offrì di difenderlo, ma Socrate rifiutò probabilmente perché non voleva confondersi con i sofisti e preferì fare tutto da solo.

Oggi parte della critica ha dimostrato che il processo e la morte di Socrate erano inevitabili in quanto, dopo la morte di Alcibiade e Crizia, i democratici non si sentivano al sicuro finché l’uomo, che s’immaginava avesse ispirato i loro tradimenti, esercitava ancora influenza sulla vita pubblica.

Il processo si tenne nel 399 a.C. innanzi a una giuria di 501 cittadini di Atene e, com’era da aspettarsi per una figura come quella di Socrate, fu atipico: egli si difese contestando le basi del processo. Fu riconosciuto colpevole per appena trenta voti di margine. Dopodiché, come previsto dalle leggi dell’Agorà, sia Socrate sia Meleto dovettero proporre una pena per i reati commessi. Il filosofo sfidò i giudici proponendo loro di essere mantenuto a spese della collettività nel Pritaneo: riteneva che anche a lui dovesse essere riconosciuto l’onore dei benefattori della città, avendo insegnato ai giovani la scienza del bene e del male. Poi consentì di farsi multare, seppur di una somma esigua. Meleto chiese invece la morte.

Furono messe ai voti le proposte: con ampia maggioranza (360 voti a favore contro 140 contrari), gli ateniesi accolsero la proposta di Meleto e lo condannarono a morire mediante l’assunzione di cicuta. Era pratica diffusa allora autoesiliarsi dalla città pur di sfuggire alla sentenza di morte, ed era probabilmente su questo che contavano gli stessi accusatori.

Socrate aveva già deciso di non andare in esilio, in quanto in qualsivoglia contesto avrebbe continuato a dialogare con i giovani e mettere in discussione tutto quello ciò che rappresenta la verità certa, tramandata dalle tradizioni, e mai sottoposta al metodo della confutazione, all’arte della maieutica. Infatti, come affermava, se il male prevale sul bene, è solo perché si è compiuto un errore conoscitivo: il dialogo non è che un esame di come i nostri discorsi e ragionamenti possono portare alla verità o all’errore.

L’attualità di Socrate è quella di indicare all’individuo l’importanza di riconoscere i propri limiti e trovare la sua individualità in relazione con l’altro: la ricerca di se stesso e l’affermazione della conoscenza si realizza con il metodo della confutazione, del mettere alla prova ciò in cui si crede, rompendo la pratica del monologo che porta al dialogo tra sordi, in cui ognuno cerca di prevalere sull’altro.

E’ ciò che accade oggi sotto i nostri occhi, ovvero la presunzione di vantarsi di cose poco dimostrabili, di credere di disporre della “Verità”, di cercare di imporsi alla massa di persone, senza che si imponga il bene comune, il dominio della ragione sugli istinti.

 

Bibliografia di riferimento

  1. Bonazzi, “Processo a Socrate”, Laterza, Bari 2018.
  2. Platone, “Opere” I, Laterza, Bari 1967.
  3. Platone, “Dialoghi”, Einaudi, Milano 1970, ed in particolare: “L’Eutifrone”; “L’apologia di Socrate”; “Il Critone”.
  4. Reale, “Socrate”, Rizzoli, Milano 2001.
  5. “Socrate”, in: “Enciclopedia Italiana Treccani”, Roma 1950, pp. 1021-1026.

 

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