La crisi e le fragilità che colpiscono i giovani nelle nostre società sono un aspetto cruciale del più generale processo di socializzazione, ovvero l’emancipazione dalla famiglia con l’allargamento delle relazioni verso il mondo esterno, costituito sia dalla scuola che dalle relazioni più intense di amicizia coi coetanei.
L’adolescenza è infatti la ricerca e la costruzione dell’identità personale, dove la condivisione di un’esperienza con altri risulta una risorsa necessaria per affrontare il difficile compito di diventare adulti. Un ragazzo non è ancora in grado di accettare la sua nuova identità, perché con la fine dell’infanzia si sviluppano una serie di cambiamenti rapidi, dal corpo ai processi cognitivi. Deve affrancarsi dagli oggetti di investimento infantili, in primo luogo le figure genitoriali, per potersi rendere autonomo da loro ma, allo stesso tempo, ha segretamente bisogno del riconoscimento dell’adulto per sentirsi veramente autonomo. (C. Marra, R. Trapanese, https://www.unisa.it/centri_e_vari/ops/areetematiche/adolescenza/)
I suoi comportamenti sono contraddittori e passano dalle azioni di indipendenza e ribellione all’autorità degli adulti alle richieste di attenzione.
Durante queste dinamiche si possono verificare problematiche di profondo disagio: bassa autostima, depressione, ansia, aggressività, cambi d’umore, un senso di inferiorità rispetto ai coetanei, scarsa tolleranza verso le regole sociali, conflittualità con i genitori, problemi a livello scolastico, per non parlare di aspetti ancora più gravi che vanno dai disturbi alimentari a quelli psicosomatici, dagli sbalzi di umore alle difficoltà di apprendimento, a comportamenti ossessivo-compulsivi o schizofrenici.
Alcuni disagi si manifestano anche nella sfera sessuale. A tal proposito è venuto prepotentemente alla ribalta il fenomeno “incel” (celibi involontari), ovvero ragazzi che si considerano esclusi dalle relazioni affettive e sessuali non per loro scelta; si sentono inadeguati rifiutarli, perché non attraenti, e trasformano le loro frustrazioni in odio verso le donne e aggressività.
Sostiene lo psicoterapeuta Matteo Lancini (Chiamami adulto. Come stare in elazione con gli adolescenti, Cortina, 2025) che l’adolescente si sente sfigato, ed allora o si ritira nel proprio isolamento fino a sparire dalla società, oppure manifesta il mito della violenza. Si tratta di assenza di relazioni in una società che fatica ad avere valori condivisi e si rifugia in un individualismo esasperato, dove “il noi è sparito ed è sparita la voglia di capire la complessità dell’altro”.
Il fenomeno “incel” è ora conosciuto grazie alla serie televisiva Netflix: “Adolescence”, un evento mondiale che ha aperto una riflessione sul mondo adolescenziale, sui linguaggi e sui simboli più nascosti dei più giovani, che sono legati a comunità online misogine e alla teoria distorta dell’80/20. Essa indica che l’80% delle donne sceglierebbe solo il 20% degli uomini, considerati più attraenti o dominanti. La teoria si ispira, certamente in modo deformato, al principio formulato da Pareto nel XIX, secondo cui circa il 20% delle cause genera l’80% degli effetti.
“Adolescence” è ambientata nello Yorkshire e mette in luce il mondo di un adolescente, Jamie, che conduce un’esistenza in cui sono rilevanti parole, emoji e codici nascosti per comunicare tra coetanei. Infatti, si cita la manosphere (manosfera), quella rete di comunità maschili online contro l’emancipazione delle donne, che racchiude tutti gli spazi digitali di condivisione (siti, blog, forum), in cui si diffondono contenuti legati a una visione della mascolinità e ideologie fortemente misogine e antifemministe.
Il ragazzino è un tredicenne insicuro e pieno di rabbia: vuole diventare grande ma non si piace temendo di non essere all’altezza del suo essere maschio. Il modello è il padre, ma non sa giocare a calcio e dunque teme di deluderlo. È silenzioso, frequenta un piccolo gruppetto di amici, solo maschi, e quando torna da scuola si chiude in camera e vive un’esistenza online, che Vittorio Lingiardi chiama la terza vita, dopo quella familiare e quella della società esterna, che ormai sono “contenitori liquefatti”.
La storia anche se non reale pone in rilievo il problema della violenza adolescenziale, che si è verificata in tempi recenti nel Regno Unito. La vicenda sconvolge l’intera famiglia quando scopre che il tredicenne ha ucciso a coltellate una sua coetanea. Poi c’è la costruzione del regista che attraverso quattro episodi si sofferma su alcuni aspetti contestuali (scuola) e sui personaggi (soprattutto ragazzi), per riportare il racconto al protagonista e al suo comportamento, ma anche alle condizioni e alle dinamiche familiari.
Uno degli intenti del film è proprio di fare interrogare tutti su cosa accade alle giovani generazioni, soprattutto vista la pressione crescente che subiscono, e sul loro rapporto con realtà virtuali come internet e i social, diventati bacini di odio e aggressività: bullismo (cyber e non) e sessismo.
Nel corso dell’adolescenza i giovani sperimentano una progressiva separazione non solo dalle famiglie, ma anche da riferimenti culturali e sociali che li collocano in una sorta di limbo esistenziale se non accompagnati da modelli di appartenenza e risorse di supporto alla crescita. Se non adeguatamente aiutati, i giovani possono sperimentare meccanismi di deresponsabilizzazione e comportamenti aggressivi che li allontanano dalle dinamiche etico-morali, costruite e consolidate nella società. Qui scattano comportamenti che potrebbero condurre in casi estremi a crimini efferati.
Il fenomeno, come accade in “Adolescence”, comporta un isolamento dalle dinamiche di una socialità più estesa, in quanto stare con gli altri produce la percezione di un mondo minaccioso che determina perturbazioni angoscianti da cui ci si deve proteggere.
Secondo recenti studi “la ridotta capacità di relazionarsi vis a vis si riflette in una crescente assenza: non si sviluppano legami significativi coltivati regolarmente con incontri al di fuori delle piattaforme digitali e si preferisce non uscire di casa.
Molti studiosi individuano soluzioni per superare la crisi adolescenziale, che si possono sintetizzare nel distacco dalle figure genitoriali per emanciparsi dal bisogno di essere amato solo da loro, per essere considerati positivamente anche dagli amici. Diventa importante il compito dell’adulto per aiutare ad apprendere la maniera migliore per compiere proprie esperienze e diventare ciò che si desidera essere. Occorre favorire: l’accettazione dei cambiamenti che stanno avvenendo, sia al livello fisico che emotivo e relazionale; il passaggio verso nuovi processi cognitivi, ovvero dal pensiero concreto a quello logico-deduttivo; il senso di appartenenza al gruppo di coetanei; la costruzione di un modello proprio anche sul versante etico-valoriale.
Certamente, i giovani adolescenti sono le vittime anche di un nuovo standard socioculturale che si associa ai disagi fisiologici, tipici della loro età: una regressione morale e socioculturale caratterizzata da perdita di senso nella vita. Qualcuno parla di nichilismo, quell’atteggiamento mentale di sfiducia e demotivazione, che ha origine in una società basata sul profitto, sull’apparire, sul capitalismo fine a sé stesso. Per Richard Sennett, le trasformazioni tumultuose che si ripercuotono in ogni settore della vita producono minacce alle identità, favorendo la percezione di fallimento, una sorta di corrosione del carattere, il ritorno ad una specifica condizione adolescenziale, come l’incapacità di ancorarsi al passato e cercare prospettive future.
In tale contesto, l’uomo tende ad essere al servizio dell’Intelligenza Artificiale e ad affidarsi ad una comunicazione sempre più virtuale che prevale su ogni contesto relazionale e sociale. La comunicazione tra genitori e figli non va oltre i silenzi e il distanziamento, producendo chiusure o reazioni inadeguate.
Si parla oggi di ritiro sociale: hikikomori, lo stare in disparte, ritirarsi, chiudersi, limitare la propria vita sociale. Alcuni adolescenti si ritirano per evitare di attivare rapporti sociali; altri possono manifestare una chiusura più interna, nascondendo i propri sentimenti di solitudine e isolamento. Questo comportamento può durare molto tempo e causare gravi conseguenze sul piano emotivo, relazionale e lavorativo.
Dal punto di vista sociologico, l’hikikomori può essere interpretato come una risposta estrema alla pressione sociale e alle aspettative della società, come accade nel contesto giapponese in cui il successo e la conformità alle norme fanno sentire le persone sopraffatte e incapaci di essere all’altezza del compito. Il ritiro totale potrebbe essere quindi una forma di ribellione o di fuga da un ambiente che si percepisce come ostile e alienante.
È importante sottolineare che non si tratta di un fenomeno limitato al Giappone, ma diffuso in varie forme in diverse parti del mondo, Italia compresa. Inoltre, il rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dei social media agisce sull’isolamento, complicando ulteriormente la comprensione e il trattamento di questo problema.
La relazione e il dialogo sono al contrario le uniche armi per entrare nella profondità dell’animo di un adolescente e recepire pensieri ed emozioni: disporsi con l’ascolto attivo alle loro richieste di aiuto; accogliere e contenere le loro ribellioni; accettare le loro espressioni comportamentali, come richiesta di conferma identitaria.
È necessario dunque fermarsi, osservare, ascoltare e rimandare feedback empatici e di comprensione, per contenere le paure e le angosce.
Il disagio giovanile deve essere dunque compreso attraverso modelli più complessi che tengano conto dell’interazione tra fattori che si influenzano reciprocamente creando circoli virtuosi.
Nell’epoca in cui si attesta l’evaporazione del padre come assenza del nome che stabilisce una separazione nella diade madre figlio ed una distanza dal godimento mortifero c’è bisogno di recuperare la relazione con l’altro come occasione di condivisione di una norma che consenta una separtizione simbolica capace di decodificare il reale che intrude altrimenti come sciame di significanti agglutinanti o seriali in assenza di un tratto unario e quindi di un significante maitre.
Grazie per la competente analisi