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Di seguito pubblico il mio intervento dal titolo: “I pregiudizi consapevoli”, svolto in occasione del Tributo a Gianfranco Cecchin. Seminario 20 anni dopo: “Curiosità e rispetto, emozioni e sentimenti nell’epoca dell’irreale”, ISCRA Modena, Rimini 25/26 maggio 2024


Per argomentare su Gianfranco Cecchin occorre riflettere sugli ultimi suoi interventi ed interviste, che sono in grado di evidenziare l’intero e complesso pensiero. Utilizzando questo approccio, riusciamo a connettere concetti elaborati in precedenza e riattualizzati dopo anni di pratica terapeutica e riferimenti epistemologici.

Il primo elemento da considerare è la curiosità nell’affrontare i pregiudizi: essa riguarda l’idea di scomporre tutto ciò che si presenta e spesso si radica nella nostra mente impedendoci di cambiare. Se il ragazzo sa cosa è giusto o sbagliato è perché ha costruito queste categorie nel rapporto con le persone e la realtà. Tutti abbiamo pregiudizi, ovvero un modo di guardare il mondo e metterlo in relazione con le cose esterne che si combinano attraverso la reazione di ciascuno di noi in contatto con le stesse.

Sostiene Cecchin: “ciò che chiamiamo pregiudizi in realtà sono: «Lo so!», e ciò accade perché abbiamo nella nostra mente un processo prima di guardare le cose”. Le persone pensano che ciò che hanno visto è corretto, il loro modo è corretto. Viviamo in un sistema organizzato, autopoietico, e siamo lontani dal pensare ad un’idea di cambiamento. Ed allora, sostiene, l’unica cosa da fare è interagire, scambiare informazioni, essere curiosi: “è curioso sapere come le persone non cercano ciò che è giusto o sbagliato, quanto piuttosto vedere com’è quel sistema”. Noi siamo ponti di quel sistema e non lo possiamo inventare o controllare: “tutto ciò che possiamo fare è essere consapevoli, osservare, essere curiosi e avere rispetto di ciò che è”.

La consapevolezza è l’esser consapevole, avere cognizione, coscienza, una manifesta coscienza di sè, il rendersi conto di qualcosa ed agire in condizione di equilibrio ed intelligenza veridica e corretta. Definisce chi siamo e rende diversi gli uni dagli altri, ma al tempo stesso ci rende più vicini. Il presupposto è l’azione dell’uomo, che conosce qualcosa che esiste: comprende una situazione o un soggetto in base ad un’informazione, ad una esperienza. Il tutto considerando le differenti relazioni in cui siamo immersi.

Gli esseri umani, in quanto sistemi viventi, non solo hanno consapevolezza del loro ambiente ma anche autoconsapevolezza, in particolare con la loro capacità di logica e curiosità.

La teoria dei sistemi, che offre approfondimenti su come funziona il mondo attraverso la comprensione del fatto che tutti i sistemi seguono alcune regole, si occupa dell’autoconsapevolezza nella sua comprensione di come funzionano i grandi sistemi viventi complessi. Secondo Gregory Bateson, la mente è la dinamica dell’auto-organizzazione e la consapevolezza è cruciale nell’esistenza di questo processo, che presuppone una auto-etero-organizzazione (concetto di Morin) del soggetto nel rapporto con il mondo esterno.

La consapevolezza è che il cambiamento si verifica sempre e che esso è la variazione di ciò che è nel sistema, prodotto dalle stesse persone. L’idea è di includere, non lasciar fuori; non incolpare, non attribuire responsabilità, perché così non accade nulla. Le domande permettono di collegare passato/presente/futuro, ovvero far sviluppare una connessione che è naturale perché il sistema funziona così, e rendere le persone consapevoli di fare quei collegamenti. Non importa che giungano risposte, ciò che interessa è l’interazione e l’osservazione di ciò che succede da quella interazione. (1)

Come si può notare, Cecchin mette insieme le sue idee, lungi da essere perfette, ma che toccano il sistema in cambiamento, le domande circolari, la curiosità, il pregiudizio, e certamente il suo nuovo incontro con la connotazione positiva e un modo di fare irriverente, ovvero tutto ciò che ha a che fare con il suo approccio alla terapia.

Gianfranco Cecchin, psichiatra e psicoanalista, aveva lavorato fino alla fine degli anni sessanta negli Stati Uniti; è chiamato da Mara Selvini Palazzoli, con Luigi Boscolo e Giuliana Prata, a formare un’équipe per studiare anoressie e schizofrenie. L’intento era di abbandonare l’approccio psicoanalitico per dedicarsi ad un modello strategico-sistemico, dopo aver constatato i successi terapeutici ottenuti dal Gruppo di Palo Alto, che si occupava di comunicazione, relazioni, sistema/contesto. La famiglia nel suo insieme relazionale era da mettere in primo piano.

L’équipe di Mara Selvini Palazzoli in seduta attuava una netta separazione tra famiglia e terapeuta e destinava molto tempo all’intervento finale: le prescrizioni paradossali servivano ad aggirare le resistenze della famiglia e a modificarne i comportamenti. La sfida, fatta di domande, di definizioni diverse, di nuovi rapporti, di varie punteggiature, è la circolarità: attraverso le domande e un continuo spostamento del fuoco delle domande, la famiglia arriva a sperimentare una visione circolare, non lineare-casuale della realtà. (2)

Mara Selvini Palazzoli puntò molto su questi concetti, rendendoli più espliciti in un importante articolo, firmato da tutta l’équipe: “Ipotizzazione, circolarità, neutralità: tre direttive per la conduzione della seduta”. In quello scritto, venivano sottolineati i tre principi fondamentali dell’intervento terapeutico: le tante ipotesi che emergono con il lavoro di pre-seduta e durante lo stesso colloquio; le domande circolari che servono a modificare la relazione; il concetto di neutralità, molto discusso, ma legato alle stesse modalità di intervento. (3)

Fino agli inizi degli anni ottanta, Cecchin fece parte di quel gruppo, poi, insieme a Boscolo, cominciò a maturare idee nuove, senza però ripudiare il lavoro con Mara Selvini Palazzoli. Per i due terapeuti, l’articolo: “Ipotizzazione, circolarità, neutralità”, già si allontanava dalle idee strategiche, mettendo in primo piano il lavoro con gli allievi e facendo così emergere la centralità dei “sistemi che osservano”. (4)

Boscolo e Cecchin, che fondano il Centro Milanese di Terapia Familiare, nella pratica quotidiana osservano alcune contraddizioni che spesso caratterizzano gli interventi: la connotazione positiva deve essere utilizzata con attenzione per evitare in alcuni casi “l’approvazione del sintomo”; i tanti problemi dei conflitti familiari non sempre sono affrontati in maniera adeguata. (5)

Le critiche formulate erano ispirate dall’importante libro di Bateson: “Verso un’ecologia della mente”, che i due terapeuti leggeranno ed approfondiranno negli anni che vanno dalla metà alla fine degli anni settanta. Le innovazioni di quel volume consideravano: “i sistemi di significato”, “l’idea di complessità”, lo sviluppo dell’aspetto emozionale. La nota più importante era costituita dagli scambi tra famiglia e terapeuta: si trattava del costruzionismo, anche se il principio ispiratore partiva dalla cibernetica di secondo ordine, il cui termine fu introdotto da Von Foerster, che lavorò sull’importanza dell’interazione tra osservatore e osservato per oltre un ventennio. (6)

In Boscolo e Cecchin diventano sempre meno significative le prescrizioni paradossali e i rituali terapeutici, in quanto il cambiamento relazionale a volte è già intervenuto con le domande effettuate nel corso dell’incontro. Ed allora pensarono al libro: “Milan Approach Systemic Therapy”, pubblicato nel 1987 (ma tradotto in italiano molti anni dopo), che segna la definitiva presa di distanza da Selvini Palazzoli. (7)

Contemporaneamente all’uscita negli Stati Uniti del volume, Cecchin in Italia scrive l’articolo: “Revisione dei concetti di ipotizzazione, circolarità e neutralità. Un invito alla curiosità”, per affermare l’impossibilità della neutralità in seduta: era il terapeuta dentro il sistema, che di fatto sanciva il paradosso di un approccio neutrale. Si trattava al contrario di “sperimentare e inventare punti di vista e mosse alternativi” che generano curiosità. In tal senso, l’ipotizzazione offre “nuovi copioni alla famiglia”, la circolarità è intesa come capacità di creare nuove storie e la neutralità, ovvero la curiosità, serve a modificare la relazione nell’ambito del sistema famiglia. (8)

Nel Centro milanese di Boscolo e Cecchin si introdusse il concetto di “sistema di significato”: la struttura, la terapia, l’inviante. Tenendo conto della presenza degli allievi e dei loro feedback, che sono interessanti in molte fasi della seduta, si permette a didatti e allievi di co-costruire, perché l’équipe ha più occhi per osservare il sistema. Sosteneva Cecchin: “C’è un’idea, poi un’altra ma mai un’idea finale vera e propria. Uno viene fuori con un’idea che è subito modificata da un altro e poi da un altro ancora. Alla fine ci fermiamo e diciamo che questa è la storia. Ma ci fermiamo solo perché siamo stufi di chiacchierare non perché siamo convinti di aver trovato la verità sulla famiglia”. (9)

Cecchin già inizia a maturare alcuni concetti che saranno esplicitati solo più tardi, quali: pregiudizio e irriverenza. Per adesso però la sua attenzione è rivolta all’importanza dei sistemi costituiti dall’équipe di osservazione che mettono in discussione il ruolo stesso del terapeuta. (10)

Nell’ambito della stessa relazione terapeutica dovevano avvenire le co-costruzioni delle storie: una relazione avviene quando “il paziente diventa capace di vedersi attore, partecipante attivo piuttosto che vittima delle circostanze”. (11)

Nell’articolo: “Ci relazioniamo dunque siamo”, Cecchin scrive: “Vengono da noi con una serie di accuse e vogliono che siamo d’accordo con loro. (…) In passato, molti terapeuti ci sono cascati chiedendosi: cos’è che non funziona in questa famiglia? (…) Ed invece se cerchiamo quello che funziona, forse possiamo trovare molte cose, trovare le cose che tengono insieme il mondo. (12)

Cecchin formalizzerà il suo terzo e ultimo periodo di co-costruzione del suo pensiero e lo esplicita nei volumi: “Irriverenza. Una strategia di sopravvivenza per i terapeuti” (13); “Verità e pregiudizi. Un approccio sistemico alla psicoterapia” (14); “Idee perfette. Hybris delle prigioni della mente” (15), che daranno una sistematicità e una più accurata organizzazione alle sue idee.

Indico i presupposti teorici ed epistemologici che contribuirono a costruire le sue idee.

Wittgenstein affermava che il linguaggio non ha “la matrice del suo significato in eventi puramente mentali”, ma il significato stesso consiste in una relazione intersoggettiva: il linguaggio è una convenzione sociale che precede il processo interiore e “permette di declinare gli stati interni, psicologici”. Ed infatti, la prima asserzione del Tractatus logico-philosophicus è: “Il mondo è tutto ciò che accade”. (16)

Di rilievo è anche il pensiero di Vygotskij che affermava come, attraverso la ricerca e la scoperta, poteva realizzarsi la costruzione della conoscenza che non può prescindere dall’interazione sociale, valorizzando tutte le forme differenti di discorso. (17)

Dunque, si consolidava la concezione di un linguaggio inteso come forma di azione sociale. Quando le persone parlano l’una all’altra, si costruisce il mondo perché sono i comportamenti sociali e le interazioni tra i soggetti che costruiscono narrazioni, storie, racconti e permettono le forme di conoscenza.

A partire dagli anni sessanta, si diffusero i lavori di Gadamer, che metteva in primo piano la “filosofia pratica” e poneva la questione dell’ermeneutica che affermava i concetti di: “tutto e parte”, “fusione di orizzonti”, “circolo ermeneutico”. (18)

Gadamer affermava che l’incontro con l’altro è comprensione da parte dello stesso osservatore: in tal modo egli “comprende più di quanto lui stesso possa comprendere”, perché la realtà dell’opera è mediata dalla stessa realtà dell’osservatore. Con la creazione di un linguaggio comune tra interprete e testo si realizza una “fusione di orizzonti”. Gadamer si ricollega ad Heidegger e al “circolo ermeneutico”, ovvero la circolarità della comprensione. Il filosofo di “Essere e tempo” parlava di pre-comprensione; nel “circolo ermeneutico” si nasconde la possibilità di conoscere facendo emergere la conoscenza dalle cose stesse. (19)

Un altro autorevole esponente che si confrontò con i problemi interpretativi fu Paul Ricoeur, che parlò di “contesto di significati”, di “connotazione ricostruttiva”, di “concretezza ermeneutica” nel libro: “Dell’interpretazione. Saggio su Freud”, del 1965. Il filosofo rilevò l’importanza di un linguaggio che “renda conto delle molteplici funzioni del significare umano e delle loro reciproche relazioni”. (20)

Derrida si occupò di “decostruzionismo del testo”, ovvero l’analisi dello stesso per far emergere i conflitti interni, decifrandone i suoi molteplici e possibili significati. Formulò questi concetti nelle opere: “Della Grammatologia” e “La scrittura e la differenza”, entrambe pubblicate nel 1967. (21)

Un altro importante filosofo, che diede impulso alle riflessioni critiche di Cecchin, fu certamente Michel Foucault. Per il filosofo francese, tutto si decide in prossimità del linguaggio e della domanda: “che cosa è parlare”, piuttosto che: “cosa è pensare”. Il linguaggio diventa così lo strumento dell’ordinamento delle cose, il distributore dell’ordine. (22)

Procedendo in tale senso, occorre ora introdurre le affermazioni di Foucault sul potere, in quanto qualsiasi discorso può essere utilizzato per finalità buone o cattive, pervaso come è dalle ideologie. Per il filosofo francese la parola “ideologia” comporta la parola “verità”, che si afferma in ciò che pensiamo, nelle relazioni interpersonali, nell’esperienza vissuta. È con il decostruzionismo che si possono “decostruire i rapporti di potere”. Foucault spiega come si realizzano i rapporti di potere, che vengono da lui trattati in alcune sue opere. (23)

In generale la nostra cultura si aspetta che gli individui aderiscano al “modo di pensare più diffuso”, ed allora, constata Cecchin, ciò implica che gli interventi terapeutici siano di “aiuto e protezione”. Il terapeuta si chiede: “Dov’è la libertà degli individui se la società interviene per rispondere a comportamenti che vanno contro le usanze comuni?”. Il metodo proposto è quello che privilegia una responsabilità tecnica e una responsabilità epistemologica, un dovere da parte del terapeuta di “riflettere sul proprio modo di pensare”, “sui propri sistemi di riferimento”. (24)

Cecchin destruttura e lascia che i clienti siano poi liberi di sbrigarsela da soli: tutto si co-costruisce in seduta, con il consulente che agisce per mettere in campo tante “fantasie”: poi sta al cliente valutare e prendere quella più suggestiva. Scrive: “a volte ci facciamo coinvolgere nelle inferenze suggerite dalle categorie entro le quali iscriviamo i dati grezzi percepiti. E certe categorizzazioni possono diventare “istruzioni rigide per come il mondo deve essere visto”. (25)

Qualche anno fa abbiamo pubblicato uno scritto (26), riflettendo su almeno due concetti di Cecchin: «consapevolezza», essenziale per il cambiamento di un sistema che è statico; in secondo luogo, «pregiudizio», parte essenziale di questo intervento.

Il termine deriva dal latino prae-iudicium, che precede il giudizio. Questa è la definizione che mi va di considerare e che tuttavia riconduce nell’accezione comune ad un’idea o opinione basata su convinzioni personali e prevenzioni in genere che implicano una non conoscenza dei fatti e che comporta una valutazione che può indurre in errore. Questi giudizi potrebbero essere personali e superficiali e condizionati certamente da assenza di dati sufficienti sul fenomeno. Mi piace definire il pregiudizio come un giudizio senza conoscere.

Sui pregiudizi, è importante partire dalla pre-comprensione, ovvero quelle “previsioni che caratterizzano la nostra apertura al mondo”: la forza dell’esperienza è quella di sviluppare certamente una nuova pre-comprensione da ogni informazione che ci giunge. Il pregiudizio è un giudizio dato prima di una analisi definitiva, ed in questo senso il comprendere è determinato dai pregiudizi, il conoscere è un riconoscere più che un pensare. Il problema è allora distinguerli e metterli in gioco nella dialettica dell’interpretazione. (27)

Intendere il pregiudizio come pre-comprensione non è solo un fenomeno mentale ma sfocia nei modi di agire, nelle condotte e negli atteggiamenti. L’individuo elabora semplificazioni e categorizzazioni per la sua comprensione del mondo, soffermandosi su cosa è diverso, nuovo, ciò che non si conosce: “il pregiudizio serve ad isolare l’oggetto temuto”. Si interiorizzano concetti che difficilmente si abbandonano.

Se i pregiudizi sono intesi come pre-condizione necessaria per far emergere il sé, ecco che Cecchin indica (come sostenuto da Gadamer) di muoversi avendo la consapevolezza che essi esistono. Per i terapeuti, il colloquio è un’azione di conoscenza per permettere di formulare ipotesi più che giudizi. Ogni volta che si incontra una persona ci sono una serie di interazioni che provengono dall’ambiente, dal paziente, dall’operatore, e poi ci sono le caratteristiche di tutti questi sottosistemi; infine occorre mettere insieme il tutto, verificare le aspettative, senza dimenticare la componente emozionale che incide nell’ambito della relazione. Del resto, se il cambiamento è naturale, la terapia serve proprio a far sbloccare i sistemi bloccati.

Il “problema dei pregiudizi”, i pregiudizi sistemici, sono contenuti nel volume realizzato da Cecchin insieme a Lane e Ray. (28) In quel libro afferma di ribaltare i pregiudizi e chiedersi piuttosto: cosa funziona in questa famiglia?, e soprattutto: come ha permesso a tutti i suoi componenti di sopravvivere nonostante tutte le difficoltà? E ciò si traduce soprattutto nel «diritto alla soggettività», nel concetto husserliano di «sospensione del giudizio», nell’affermazione della nozione di «responsabilità personale», che riguarda tutti i soggetti del sistema: terapeuta, famiglia, ambiente esterno.

I pregiudizi sono da intendere, sempre dentro una interazione sociale, come manifestazioni di emozioni, pensieri, comportamenti da parte di singoli individui. Essi sono: “fantasie, idee, verità accettate, preconcetti, nozioni, ipotesi, stati d’animo e convinzioni nascoste”, ovvero tutto ciò che riguarda la nostra esperienza nel mondo e la nostra conoscenza del mondo. (29)

Cecchin sosteneva che il primo pregiudizio è dovere affermare che “una persona vale in quanto esiste”; solo in tal modo il terapeuta può guardare il paziente con un nuovo punto di vista, con nuovi occhiali e senza disapprovazione.

Il secondo pregiudizio esplicitato è che ogni controllo su una persona deve avvenire sempre entro un contesto: una società per definizione implica dei limiti che definiscono o creano una relazione. Il limite deve essere co-creato dagli individui stessi del sistema, altrimenti si realizza solo una situazione di controllo.

Un altro pregiudizio è quello dell’aiuto che spesso si crede di dover dare al paziente: occorre invece essere utili per evidenziare le risorse del sistema e realizzare una relazione significativa. Per ottenere una conversazione terapeutica è necessario acquisire la consapevolezza che anche le “etichette” non siano definitive, ma rappresentino un veicolo per passare ad un superiore processo.

Non esiste poi il mito dei successi terapeutici perché sono importanti le certezze temporanee: ogni pregiudizio è legato a un tempo ed a un contesto perché interagisce costantemente con i pregiudizi degli altri.

L’ultima considerazione è di assumersi la responsabilità dei propri pregiudizi: prima di agire bisognerebbe essere responsabili e consapevoli dei propri pregiudizi e capire come essi influenzino la relazione con il paziente. (30)

È importante non perseguire verità e certezze; è importante comprendere il mondo non cercare di cambiarlo. Si tratta di sviluppare un atteggiamento curioso, utilizzando un ascolto empatico, condividendo bisogni, pensieri e sensazioni, connettendo l’intero processo da attivare.

 

Note:

  1. Questi concetti di Cecchin sono riportati in un’intervista, pubblicata su: “Prospettive Sistemiche”, n. 43 – settembre/ottobre 1996.
  2. M. Selvini Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata, Paradosso e controparadosso, Cortina, Milano, 2003, ed. or. 1975. Cfr.: L. Boscolo, G. Cecchin, La psicoterapia e le sue finalità, (intervista di Umberta Telfener), in M. Malagodi Togliatti, U. Telfener (a cura di), La terapia sistemica, Astrolabio, Roma, 1983.
  3. M. Selvini Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata, Ipotizzazione, circolarità, neutralità: tre direttive per la conduzione della seduta, Terapia Familiare, 7, 1980, pp. 7-19.
  4. Il riferimento è al libro: H. Von Foerster, Sistemi che osservano, Astrolabio, Roma, 1987.
  5. L. Boscolo, G. Cecchin, L. Hoffman, P. Penn, Clinica sistemica. Dialoghi a quattro sull’evoluzione del modello di Milano, “Milan Systemic Family Therapy”, Bollati Boringhieri, Torino, 2004, ed. or. 1987.
  6. H. Von Foerster, Sistemi che osservano, cit.
  7. L. Boscolo, G. Cecchin, L. Hoffman, P. Penn, Clinica sistemica. Dialoghi a quattro sull’evoluzione del modello di Milano, cit.
  8. G. Cecchin, Revisione dei concetti di ipotizzazione, circolarità e neutralità. Un invito alla curiosità, Family Process, vol. 26, 1987, pp. 30-41.
  9. L. Boscolo, G. Cecchin, L. Hoffman, P. Penn, Clinica sistemica. Dialoghi a quattro sull’evoluzione del modello di Milano, cit.
  10. G. Cecchin, T. Apolloni, Idee perfette. Hybris delle prigioni della mente, FrancoAngeli, Milano, 2003.
  11. G. Cecchin, Linguaggio Azione Pregiudizio, Connessioni, 22, 2009, ed. or. 1994, pp. 26-34.
  12. G. Cecchin, Ci relazioniamo dunque siamo. Curiosità e trappole dell’osservatore, Connessioni, 15, 2004, pp. 57-61.
  13. G. Cecchin, G. Lane, W.A. Ray, Irriverenza. Una strategia di sopravvivenza per i terapeuti, FrancoAngeli, Milano, 1993, ed. or. 1992.
  14. G. Cecchin, G. Lane, W.A. Ray, Verità e pregiudizi. Un approccio sistemico alla psicoterapia, Cortina, Milano, 1997.
  15. G. Cecchin, T. Apolloni, Idee perfette. Hybris delle prigioni della mente, FrancoAngeli, Milano, 2003.
  16. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino, 1961, ed. or. 1933. Cfr.: U. Telfener, L. Casadio, a cura di, Sistemica. Voci e percorsi nella complessità, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.
  17. L.S. Vygotskij L.S., Pensiero e linguaggio, Giunti Barbera, Firenze, 1980.
  18. H.G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano, 1983, ed. or. 1960.
  19. Ivi.
  20. P. Ricoeur, Dell’interpretazione. Saggio su Freud, RCS Libri, Milano, 2007, ed. or. 1965.
  21. J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino, 1971, ed. or. 1967; J. Derrida, Della grammatologia, Jaca Book, Milano, 1978, ed. or. 1967.
  22. M. Foucault, Le parole e le cose. Una archeologia delle scienze umane, RCS Libri, Milano, 2009, ed. or. 1966.
  23. M. Foucault, Nascita della clinica. Il ruolo della medicina nella costituzione delle scienze umane, Einaudi, Torino, 1969; M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1982, ed. or. 1975; M. Foucault, Le parole e le cose. Una archeologia delle scienze umane, cit.
  24. G. Cecchin, G. Lane, W.A. Ray, Eccentricità e intolleranza: una critica sistemica, Connessioni, 16, 2005, pp. 9-22.
  25. G. Cecchin, T. Apolloni, Idee perfette. Hybris delle prigioni della mente, cit.
  26. M. Mariotti, F. Bassoli, A. Avagliano, P. Martucci, La consapevolezza dei pregiudizi, in “Il riconoscimento del sé”, Maieutica nn. 31-37, ISCRA Modena – I.T.F.F. Firenze – IMePS Napoli – ISPPREF Napoli, Scione Editore, Roma, 2011, pp. 29-68.
  27. H.G. Gadamer (1982), L’ermeneutica come filosofia pratica, in H.G. Gadamer, La ragione nell’età della scienza, Il Melangolo, Genova, 1982, ed. or. 1976; H.G. Gadamer, Verità e metodo, cit.
  28. G. Cecchin, G. Lane, W.A. Ray, Verità e pregiudizi. Un approccio sistemico alla psicoterapia, cit.
  29. Ivi.
  30. Ivi.

 

 

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