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L’Italia, e il Mezzogiorno in particolare, ha il primato dello spopolamento e dell’abbandono di paesi che conservano tradizioni e testimonianze sociali e umane, sono portatori di cultura, saperi e storia.

Giuseppe Lupo ha descritto un territorio dove “il tempo transita più lentamente” e dove “chi ci abita ama rincorrere il mito di altre geografie, desidera fuggire verso il teorema di una modernità urbana e mercantile, vuole abbandonare case e terre in nome di un astratto dinamismo, di un bisogno di vita allegra”. (1) La sua analisi si riferisce al rito del viaggiare che spinge verso “un’idea di altrove che non rappresenta solo il crepuscolo di una civiltà, ma il prologo di una sorta di utopia”. (2) L’autore ha descritto il fluire continuo delle epoche che si sovrappongono e scavalcano “come le onde mentre giungono sulle spiagge”, onde che portano l’eco delle lingue: “le lingue dei mondi dimenticati e quelle dei mondi ancora ricordati”. (3)

L’approccio per un’inversione di tendenza dovrebbe essere di rispettare e visitare i luoghi più periferici per accertarne l’esistenza, attraversarli e scoprirli; incontrare le persone, ascoltare e conoscere la loro cultura che è la cultura del territorio; rilevare le risorse costruite intorno ad una storia millenaria. In tal senso, Raffaele Nigro spiega come collina e montagna rappresentano la “ricerca del metafisico, del silenzio che spinge la mente a riflettere sul senso dell’esistenza, sull’autenticità e sulla superficie … sulla vita oltre la vita”. (4)

Se il territorio cilentano ha caratteristiche diversificate: costiera, pianura, rilievi montuosi, che hanno permesso la differenziazione della presenza della popolazione, è proprio la zona più impervia, quella dell’interno, che costituisce una cultura più resistente. È ciò che ho individuato come Genius loci: lo spirito, l’anima, l’atmosfera che si respira, ma anche i colori, gli odori, i suoni, il linguaggio della popolazione, il silenzio. È questo un aspetto trasversale, che riguarda il rapporto tra l’ambiente e l’uomo e le sue abitudini: indica il carattere di un luogo, legato a doppio filo agli aspetti che in esso si affermano, includendovi le opere materiali o immateriali, gli enti e gli individui cui si associa un legame storico-culturale che rende unico e immediatamente riconoscibile un’area. (5)

Per studiare il Cilento è importante affermare il concetto di comunità, ovvero di quelle aggregazioni che si sono create nei secoli e si sono anche differenziate, con un ruolo determinante delle donne che hanno provveduto ad organizzare le famiglie e a tenerle unite. Dalla famiglia il passaggio successivo è stato il mettere insieme i nuclei familiari, per meglio affrontare le sfide della vita. (6)

L’economia comunitaria è essenzialmente legata alle coltivazioni; con la cultura greca, ma anche in precedenza, si introducono artigianato e commercio, pur continuando a vivere per trarre dalla terra il proprio sostentamento. Le comunità hanno una funzione millenaria: partono dal momento in cui le genti abbandonano il nomadismo e diventano stanziali, e per tenere unite le persone creano organizzazioni che riescono a superare gli ostacoli rappresentati dalle frequenti incursioni di altre culture. Negli sviluppi storici, le comunità hanno una funzione aggregante: i pericoli sono rappresentai dalle continue invasioni di altri popoli che, ritenendo quel territorio conforme ai propri standard di vita, cercano di perseguire una sostituzione, che tuttavia non può mai essere integrale, ed allora prendono tutto ciò che c’è di buono dalle stesse diversità.

Altro elemento di pericolo è rappresentato dall’ignoto, dal non conosciuto. Ed allora ci si affida a potenze divine, elaborando racconti e miti, rendendoli manifesti attraverso forme rituali: il divino è inteso come elemento protettivo. Un esempio di ciò è costituito dagli studi e dalle teorizzazioni di Ernesto de Martino, che ha osservato le realtà meridionali, di cui il Cilento ha colto molte specificità, introducendo la relazione mito-protettiva. (7)

Elaborò il concetto di presenza, che segnerà una svolta importante nell’approccio culturale complessivo della società, il distacco che l’umano fa dalla condizione naturale: la vita religiosa protegge dal rischio di perderla attraverso forme devozionali, l’intercessione di un Santo o di una Madonna. Infatti, nei momenti critici dell’esistenza, la religione è una tecnica di “destorificazione del passaggio critico”; di “ripresa delle realtà psichiche alienate”; di “ritorno alla storicità dell’esistere”. Ed allora, attraverso “modelli culturali” essenzialmente legati ai simboli e ai rituali religiosi, si supera il “passaggio critico”. (8)

Uno dei tratti più importanti dell’opera: “Il mondo magico”, riguarda il procedimento adottato per costruire l’universo culturale di stampo magico: i dispositivi magici, mitici e rituali sono funzionali al consolidamento della presenza umana nel mondo, che è fragile ed esposta al pericolo di dissolversi. Quando si verifica ciò, gli istituti magici approntano gli strumenti che consentono alla presenza in crisi di “resistere”. Grazie all’adozione di un simile criterio interpretativo, il mondo magico, inteso come dimensione di cultura e di storia, permette di invalidare tutta una serie di valutazioni negative e di pregiudizi, che considerano il sistema di credenze e di pratiche rituali “primitive” e da superare. (9)

Il territorio cilentano ha visto l’alternanza di popoli che hanno influito sull’ambiente esterno ed hanno da esso accettato tutto quello che potesse consentire di vivere. Le presenze sono state molteplici e diversificate, le culture hanno attinto da: greci, romani, lucani, italici, etruschi, bizantini, il monachesimo italo-greco, e poi ancora: longobardi, normanni, angioini, aragonesi e spagnoli. Infine, i borbonici e Garibaldi con l’Unità d’Italia. Tutte queste popolazioni hanno portato un livello di conoscenza, in termini di progresso, favorendo lo sviluppo.

Partendo da ciò, si può parlare di una costruzione identitaria. Giuseppe Galasso, con la metafora del palinsesto, affermava che c’è sempre una linea univoca e fondante, un’identità di base; poi ci sono aggiustamenti e ancoraggi a ciò che è precedente, con cambiamenti lenti che hanno avuto bisogno di tempo per affermarsi. (10)

Le comunità cilentane hanno preso il meglio e il peggio della storia, ma hanno affermato soprattutto le categorie di dominanti e dominati: questi ultimi sono stati i contadini, gli umili, coloro che della terra hanno fatto la ragione di vita.

L’identità cilentana, che chiamo cilentanità, può essere definita come “un valore collettivo che si è prodotto, in un territorio caratterizzato da un forte isolamento geografico, mediante il confronto continuo della comunità con se stessa, con la natura, con l’ambiente, con il territorio e che si è definito grazie ad un sistema comune di regole e di pratiche di vita. Essa si fonda sulla memoria del passato ma anche sulla volontà di proiettare tale memoria nel futuro”. (11)

Allora, per affrontare qualsiasi studio o ricerca, non si può non considerare una serie di elementi.

Interessi storici territoriali. Essi sono legati ad una serie di considerazioni che gravitano intorno agli autori che della storia del territorio hanno fatto la loro ragione di vita, ricercando le origini di tutto ciò che gravitava intorno al nome Cilento, intorno all’anno mille, includendo le vicende più antiche, quelle che riguardano Greci, Lucani, italici in genere e Romani. Non si sono trascurate le vicende che si sono succedute dal medioevo, dai baroni, dalle rivolte e ribellioni, alla vita organizzata intorno alla cultura contadina.

Patrimonio artistico, architettonico e naturale. Partire da quelle vicende che hanno lasciato molti segni, in parte rivalutati, costituenti le risorse e le bellezze di cui dispone il Cilento e che con grande fatica cerca di affermare e di proporre oltre i confini regionali.

La vita e la cultura materiale. Essa è stata associata nel passato ai cicli lavorativi, le tradizioni che si tramandavano e mantenevano coesa la popolazione, le feste, i riti, i giochi, tutti i momenti dell’esistenza dalla nascita, al matrimonio, alla morte. Tutto era cultura popolare, i mestieri, la vita quotidiana, il senso della comunità con legami e forme solidali.

Linguaggio e oralità. Le espressioni dialettali nelle comunità cilentane del passato erano l’unico linguaggio conosciuto ed utilizzato, che fondava il processo di socializzazione e rendeva salda la struttura sociale.

Le storie, i cunti. Il racconto, la fiaba, la storia, la leggenda, il mito, interrompono la monotonia della quotidianità, dando l’illusione che l’impossibile non esiste ed esorcizzando il terrore dell’ignoto. Sono le armi con cui si è creata la “coscienza” dell’esistenza di un mondo in cui il male può essere vinto, in cui si può superare il proprio status di subalternità, rifugiandosi nella fantasia, in ciò che può essere ritenuto illogico, irreale.

Le feste e gli eventi. Essi sono considerati secondo la loro componente rituale, in quanto si sono diffuse nella tradizione e nella cultura popolare. Mi riferisco soprattutto alle feste che hanno una rilevanza in quanto consolidate nel tempo e nei luoghi, e che rispondono al criterio di essere vissute nelle comunità. Le pratiche festive comportavano la celebrazione di un rito collettivo simbolico in cui veniva messa in scena la rappresentazione di un teatro popolare di origini e tradizioni arcaiche, attraverso l’esecuzione di azioni, movimenti e gesti, in una gamma di espressioni corporali d’immediata significatività. (12)

È evidente che il territorio non può certo considerarsi omogeneo. Eppure, l’individuazione più efficace ha riguardato aree che possono aggregarsi intorno a zone interne e costiere, ambiti fluviali e riscontri legati alle vie di comunicazione. Ciò per dire che la macro aggregazione Cilento ha risentito di alcune specificità che tengono in considerazione soprattutto gli elementi storico-culturali che hanno determinato tipologie aggregative ancora più evidenti.

Sono tanti autori e studiosi che, da diversi decenni, hanno inteso definire quest’area, che originariamente si estendeva dalla vetta del Monte Stella all’area che va dal Solofrone, poi Sele, e Alento, dall’ampliamento più recente che ha riguardato più o meno il territorio che va da Paestum a Sapri, inglobando in seguito Alburni e Diano, con l’istituzione del Parco Nazionale.

Per parlare di Cilento si possono considerare alcuni lavori che si sono svolti negli ultimi anni. A partire dai primi anni ottanta del novecento, gli studi compiuti da La Greca, La Greca e Di Rienzo hanno riguardato: Monte Calpazio, Monte Stella, Monte Cervati, Monti di Capizzo e Alto Alento, Monte Sacro, Monte Bulgheria, Fiume Bussento (13). Successivamente, le aggregazioni territoriali si assottigliano: Cilento Storico, Calore, Cilento Interno e Basso Cilento (14). Queste considerazioni hanno riguardato prevalentemente il territorio cilentano, senza considerare Alburni e Diano. Una ricerca compiuta per conto dell’Università di Napoli (15), alla fine degli anni novanta, con la piena funzionalità del Parco, riguardò: Area Monti Alburni, Artea Vallo di Diano, Area fiume Calore Salernitano, Area Pianura di Paestum, Area Monte Cervati, Area Monte Stella, Area Valle dell’Alento, Area Monte Sacro, Area Valle del Mingardo, Area Valle del Bussento. Questa aggregazione serviva ad individuare le risorse socio-economiche e culturali per verificare alcuni tipi di intervento. In un altro lavoro pensammo di tracciare alcuni itinerari: Gli Alburni e il Fasanella, Dal Sele al Calore, Il Cervati, Il Monte della Stella, La Valle dell’Alento, Il Monte Sacro, Il mare di Enea, il Fiume Bussento, la Certosa di San Lorenzo, Il Diano. (16)

Gli studi più recenti ci hanno consentito di integrare i vari studi precedenti con ciò che emerge dai riscontri del Parco Nazionale, considerando le seguenti aree: Monti Alburni, Monte Stella, Calore Cervati, Alento Monte Sacro, Mingardo Bussento, Diano-Tanagro. Quest’ultima è una visione più attuale che tiene conto dell’intero territorio pur nelle differenze e specificità: oggi l’individuazione di quest’area nella provincia di Salerno convenzionalmente è riconosciuta come Cilento, considerando anche Alburni e Diano.

Dunque, l’unificazione è stata fatta in seguito in maniera artificiale intorno al Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, con l’intervento degli uomini che cercano altre modalità, magari più complesse, di vivere ed unirsi. Ciò è avvenuto allargando originariamente i confini, con un’idea di fondo e aggiustamenti successivi, pensando a caratteristiche antropiche, geomorfologiche e ambientali, mettendo in comune un territorio.

L’identità novecentesca è rurale: poi ci sono sviluppi e altre modalità che portano al cambiamento, oggi molto più rapido, che fanno pensare ad un’identità globale, oppure l’assenza stessa di identità, due facce della stessa medaglia. Ed allora, c’è il ripiegamento verso manovre conservative per fermare a tutti i costi il cambiamento, che appare inevitabile.

Ritenendo che non si possa negare che le cose mutino, la domanda è: quale cambiamento?

Non certamente quello verso una società che abbandona il passato e si lega all’idea di un mercato che tutto travolge nella ricerca di un progresso ad ogni costo, che segna sviluppi distruttivi. Alain Touraine, pur non negando il progresso, parlava di un’identità formata da risorse comunitarie che si sono preservate e che continuano ad essere mantenute dalla popolazione. (17)

Ad esempio: se la comunità intende seguire le forme devozionali legate a riti e aspetti mitodologici, perché negarli? Se la comunità si aggrega intorno a prodotti tipici, perché non valorizzarli? Se il territorio dispone di ricchezze paesaggistiche e storico-architettoniche, perché non puntare al loro recupero?

Magari si può partire da qui per indicare una nuova cultura evolutiva o meglio culture evolutive, che servono per volgere lo sguardo alla conoscenza e alla fruizione delle risorse territoriali, producendo una riflessione sui soggetti che vivono le comunità e su come la loro azione possa contribuire a tracciare possibili sviluppi. È necessario indurre a riflettere sulla necessità di acquisire una nuova consapevolezza, partendo dal presupposto che ogni uomo proviene dalla storia, quella del contesto di riferimento e delle esperienze vissute, e con la capacità intellettiva e relazionale deve far risorgere un’altra storia, un “altro mondo”.

Sono convinto che si possa fare qualcosa, magari utilizzando la modernità tecnologica, i servizi e le possibilità territoriali per esaltarne le ricchezze. Per fare questo, occorre ricerca e conoscenza, per realizzare iniziative che valorizzino i centri storici e facciano vivere le “pietre”, il passato, che non deve restare muto e silenzioso; al contrario è necessario coinvolgere le nuove generazioni che devono fruire tutto ciò che c’è di buono della nostra cultura, e trovare in essa le possibilità future, uno sbocco per modificare le cose statiche ed immutabili. (18)

Le ricerche effettuate, in oltre trent’anni di studi territoriali, hanno messo in rilievo due questioni: la vita delle persone di una volta (che determina una specifica identità) e quella dei giovani di oggi, su cui credo debba individuarsi una nuova considerazione del concetto di identità/cilentanità. Ovvero, un riscontro sociale e territoriale su uomini e donne, oltre che su attività che hanno segnato e continuano a segnare la vita quotidiana, che si assesta per trovare moderne rilevanze anche negli eventi, nelle feste, nell’utilizzo del territorio, che un approccio storico-paesaggistico e simbolico-psicologico non possono del tutto rendere palesi.

Il riferimento è alla complessità che parte dalla storia e si confronta con una soggettività che sembra caratterizzare la vita più attuale. La storia è fondante, come pure il territorio e tutti i suoi simboli, il linguaggio che continua a costituire uno degli indicatori di studio sull’identità, le stesse modalità comportamentali delle persone che amano e vivono con differenti accezioni la vita più attuale. Un esempio: se l’uomo di una volta riproponeva l’esistenza contadina, la comunità di vita e di mestieri, l’utilizzo degli eventi di non lavoro, oggi c’è un giovane che conosce il suo passato ma anche il suo futuro, che utilizza gli strumenti della tecnologia per cercare di affermarsi in un territorio in cui il collettivo è stato soppiantato dal soggettivo, non dall’individualismo, ma dalla capacità di vivere in sintonia con lo sviluppo. (19)

Si tratta di favorire l’interdipendenza tra questi elementi, che producono le azioni che le moderne società esercitano su loro stesse e su ciò che le circonda (relazioni, conflitti, azioni, creazione, cambiamento, temi ecologici). Ed oltre: le società moderne devono acquisire quel livello di soggettivazione riconoscendo l’interdipendenza di tutti i livelli dei comportamenti umani, reintroducendo i sentimenti, le relazioni e il riconoscimento dell’altro in quanto soggetto. Il sociologo Touraine ha individuato la centralità del soggetto per ridare senso e valore alla modernità. Il cambiamento è rappresentato dallo sforzo dell’individuo di diventare attore, di mettersi al servizio della sua esigenza e del suo desiderio “di resistere al proprio smembramento” in un universo in movimento, privo di ordine e di equilibrio. Si tratta di un “soggetto culturale” in grado di ritornare padrone del proprio destino, capace di cambiare la propria realtà a partire da sé e in relazione con gli altri. (20)

Michel Foucault ha introdotto la soggettivazione. Studiando i modi di soggettivazione dell’essere umano nella nostra cultura, è rilevante notare che la maniera in cui un essere umano si trasforma in soggetto riguarda la formazione dei saperi e i principi di fondo intorno ai quali essi si organizzano e si costituiscono: “i saperi stabiliscono una norma per i comportamenti, con l’effetto di dirigerli o, più radicalmente, di recluderli o sorvegliarli. Infine, sono di rilievo le tecniche del rapporto a sé, attraverso le quali un individuo è portato a riconoscersi come soggetto. Questo approccio di Foucault include i percorsi seguendo i quali il soggetto viene costituito “nella sua identità”, ed è portato a pronunciare un certo “io sono”. Il soggetto è “discorsivamente” determinato, attraverso una vera e propria costruzione, mai fuori da meccanismi costitutivi di natura discorsiva, frutto di pratiche, storicamente determinate, il cui scopo è “la libertà in quanto governo di sé e degli altri”. (21)

Gli elementi legati a soggetto, soggettività, soggettivazione, permettono di affermare le istanze del soggetto, nei suoi spazi di libertà, ma calato in pratiche comuni che restano quelle relazionali con l’altro, il territorio e l’ambiente.

Mi sembra che qualcosa si stia muovendo in questa direzione anche nel territorio cilentano: è il caso ad esempio di recenti iniziative per la valorizzazione delle risorse tradizionali e renderle meglio fruibili in chiave moderna, attraverso non l’individualismo ma un ruolo attivo di soggetti che si confrontano e vivono il loro contesto di riferimento. È l’ambito relazionale che fa compiere il passaggio verso la modernità, verso la soggettivazione.

Questo è il motivo che permette di valutare ipotesi di intervento che riguardino innovativi approcci da contestualizzare senza incorrere in intenti nostalgici del passato. Intraprendere e realizzare uno sviluppo sostenibile è possibile quando l’uomo non si abbandona al fatalismo e alla rassegnazione, ma crea ed opera non solo per se stesso ma soprattutto per l’affermazione della sua comunità. (22)

La società cilentana va evidenziata attraverso la storia, le origini, lo sviluppo e il riscatto del territorio; la cultura, la religiosità, le tradizioni popolari, i miti e le credenze; l’identità, la cilentanità; lo sviluppo territoriale tra tradizione e modernità. Queste sono le azioni che dovrebbero fare i cilentani, evitando di attendere lo scorrere degli eventi: essi sono soggetti e non più individui gettati nella comunità senza meta e senza alcun futuro.

I cilentani/soggetti devono trovare idee e nuove consapevolezze, devono agire ed operare per poter affermare la loro vita in questa terra ricca di storia e bellezza, fascino e cultura.

Partendo da tutto questo, diventa determinante studiare in maniera complessiva la società, che ci circonda per orientarla al futuro, affidandosi a tutte le forme epistemologiche, avendo presente che la cultura, o meglio le culture sono fluide e sempre contaminate: in una parola sono identità evolutive.

 

Note:

  1. G. Lupo, “Appennino come Medio Occidente”, in R. Nigro, G. Lupo, Civiltà Appenino, Donzelli, 2022, p. 98.
  2. Ivi, p. 135.
  3. Ivi, p. 88.
  4. R. Nigro, “L’Italia verticale”, in: R. Nigro, G. Lupo, Civiltà Appenino, cit., p. 10.
  5. P. Martucci, “Del Cilento e del suo Genius Loci. Epistemologia di un territorio tra tradizione e cambiamento”, Susil Edizioni, 2023.
  6. P. Martucci, “Le comunità cilentane del Novecento”, Ed. Arci Postiglione, 2005.
  7. E. de Martino, “Il mondo magico”, Bollati Boringhieri, 2017, or. 1948; E. de Martino, “Sud e magia”, Feltrinelli, 2001, or. 1959.
  8. E. de Martino, “La fine del mondo. Contributo alle analisi delle apocalissi culturali”, a cura di C. Gallini, Einaudi, ed. 2002, or. 1977, p. 663.
  9. E. de Martino, “Il mondo magico”, cit.
  10. A. Musi, “Mezzogiorno Moderno”, Salerno Editrice, 2022, p. 26.
  11. La definizione è del sociologo Aldo Musacchio, in P. Martucci, A. Di Rienzo, “Identità cilentana e cultura popolare”, CI.RI. Cilento Ricerche, 1997.
  12. P. Martucci, “Del Cilento e del suo Genius Loci”, cit.
  13. A. Di Rienzo, A. La Greca, E. La Greca, “Viaggio nel Cilento”, CI.RI. Cilento Ricerche, 1984.
  14. A. Di Rienzo, A. La Greca, E. La Greca, “I borghi del Cilento”, CI.RI. Cilento Ricerche, 1985.
  15. P. Martucci, A. Di Rienzo, “Tutela e valorizzazione economica del patrimonio socio-culturale del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano”, Progetto C.N.R., CPS Ricerche-Università di Napoli, Facoltà di Sociologia, 1998-2000.
  16. P. Martucci, A. Di Rienzo, “Re frasche re Santu Liu. Una ricerca sulla religiosità popolare nelle comunità degli Alburni e del Fasanella”, Centro Cultura e Studi Storici Alburnus, 2000.
  17. A. Touraine, “In difesa della modernità”, Cortina, 2019.
  18. P. Martucci, “Del Cilento e del suo Genius loci”, cit., pp. 239-240.
  19. A. Touraine, “In difesa della modernità”, cit.
  20. Ivi.
  21. M. Foucault, “L’ermeneutica del soggetto, Feltrinelli, 2003; G. Deleuze, “La soggettivazione. Corso su Michel Foucault” (1985-1986) Vol. 3, Ombre Corte, 2020.
  22. P. Martucci, “Identità, Territorio, Soggetti. Le creatività culturali come occasione di sviluppo”, in L’emigrazione nel Cilento tra diaspora e ritorno possibile, a cura di L. Gravina e E. Martuscelli, Associazione “Progetto Centola” e Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura”, maggio 2023, pp. 43-57.

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