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Il 26 marzo 2023, in occasione dell’anniversario della morte di Alcide Cervi (avvenuta nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1970), verrà presentato un film documentario: “I miei sette padri”, che riproporrà l’eccidio dei sette fratelli con testimonianze, brani tratti dal libro di Adelmo Cervi e documenti e foto dell’archivio della famiglia. Quel ricordo è l’eredità che la famiglia intende ancora tramandare per mantenere viva la memoria di un periodo particolarmente drammatico della nostra storia.

 

Il 26 luglio 1943, il giorno dopo le dimissioni di Benito Mussolini da capo del governo, la famiglia Cervi festeggia. Alcide Cervi nel suo libro, pubblicato nel 1955 e tradotto in nove paesi, I miei sette figli, racconta quella storia, che si sviluppa con la notizia dell’arresto di Mussolini e percorre le vicende di sette ragazzi che di lì a pochi mesi saranno fucilati dai fascisti: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore, insieme al compagno di lotta Quarto Camurri.

Il 25 ottobre del 1945, quasi due anni dopo la loro morte, Alcide dirà: “I miei figli hanno sempre saputo che c’era da morire per quello che facevano e l’hanno continuato a fare, come anche il sole fa l’arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte”. Per il suo impegno partigiano e per quello dei suoi figli, riceverà la medaglia d’oro realizzata dallo scultore Marino Mazzacurati. È l’onore che viene tributato ad un uomo che è considerato una quercia, che ha cresciuto sette rami, ma non è morta, ha lasciato un seme, il seme della ribellione e della rivolta contro i soprusi.

Nell’anno 1943 siamo in pieno antifascismo: prima e dopo l’8 settembre avvenne una recrudescenza degli scontri tra fascisti e partigiani, prima dell’epilogo di una guerra che aveva drammaticamente segnato il Paese. Nell’estate di quell’anno, dopo l’arresto di Mussolini, fu disposto lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista, mentre Hitler si preparava ad occupare l’Italia. Quello fu l’anno in cui si reagiva e si lottava, si dava sfogo all’opposizione contro la repressione violenta. Era anche la reazione all’oppressione di un regime che negli anni aveva limitato libertà e diritti, e tutte le espressioni del libero pensiero.

L’antifascismo era iniziato anni prima e si era diffuso contro le leggi dittatoriali che piano piano si affermavano con gli anni venti e poi con le violenze degli anni trenta, che avevano portato a delitti, cancellazioni di diritti e libertà, alle leggi razziali, alla guerra. Il regime fascista aveva attuato una concezione totalitaria dello Stato, occupando il Paese, usando violenza contro coloro che si opponevano. Si trattò di un regime illiberale, contro cui lottò, specie quando la guerra definiva la sconfitta dei fascismi, l’antifascismo, costituito da forze di matrice liberale, frange del movimento operaio, socialista, anarchico e comunista, dal partito popolare e repubblicano, da molti movimenti conservatori, democratici e socialdemocratici, oltre naturalmente da quelle Nazioni che avevano mosso guerra al nazi-fascismo.

In quel 1943, coloro che erano in clandestinità e coloro che fuggivano alle persecuzioni politiche decisero di reagire in maniera palese e anche violenta: si trattava di combattere la commistione del fascismo con gli interessi dei ceti agrari e industriali, nonché di molti apparati statali che avevano paura dell’avvento del nuovo e delle idee socialiste. Sposando le idee socialiste molti lavoratori in quegli anni si organizzavano in cooperative, case del popolo, leghe di resistenza, camere del lavoro, cioè in quegli strumenti che saranno basilari nelle lotte per il rinnovo dei patti agrari. Purtroppo l’attivismo in quegli anni comportava l’esposizione pubblica ed era normale diventare bersaglio dei fascisti, che cercavano di reprimere ogni dissenso.

Esempio evidente di lotta e violenta opposizione al fascismo, fu la storia di quei sette fratelli fucilati dai fascisti alle ore 6:30 del 28 dicembre 1943 al Poligono di Tiro di Reggio Emilia: il criminoso atto fu perpetrato quasi di soppiatto per evitare ripercussioni e risalire agli autori; poi ci fu la frettolosa tumulazione delle salme.

I Cervi avevano cominciato ad organizzare la Resistenza tra l’Appennino e la pianura dove si stavano formando i primi Gruppi D’Azione Patriottica (GAP), con modalità di guerriglia e spionaggio. Il 25 novembre 1943, i fratelli sono sorpresi nella loro abitazione: pare che un centinaio di fascisti accerchino la casa di ribelli che hanno preso le armi dopo l’8 settembre e hanno destinato la loro dimora a ricovero per fuggiaschi e resistenti di ogni nazionalità. Quel giorno, tutti coloro che stanno in quella residenza reagiscono, ma gli assalitori incendiano il fienile e la stalla e mandano in fumo tutti i sacrifici di quella famiglia.

Siamo nella zona di Reggio Emilia e i repubblichini intendono dare una lezione ad un nemico organizzato, sottovalutando che la brutale rappresaglia segnerà per sempre la storia della resistenza in quei luoghi. La famiglia Cervi vive nel podere dei Campirossi, tra Campegine e Gattatico. Il padre di quei fratelli, Alcide, è un cattolico antifascista fin dagli anni trenta; il terzogenito Aldo è comunista e porta l’intera famiglia ad aderire all’ideale rivoluzionario.

I ragazzi Cervi erano autodidatti: la cultura e la conoscenza serviva a sperimentare tecniche nuove di coltivazione nel podere. Furono i primi a usare il trattore, ma erano pionieri anche in ambito sociale e culturale: fondarono una biblioteca e stimolarono i contadini ad emanciparsi. Guardavano a modelli di sviluppo che trasformavano la struttura autoritaria tipica della famiglia contadina verso forme di organizzazione di massa per la difesa del lavoro. Il nuovo significava portare avanti idee nella conduzione dei campi e delle stalle, dunque si dovevano studiare tecniche agricole, leggere libri e opuscoli, incrementare la loro biblioteca casalinga, dove si potevano rinvenire libri sull’apicoltura e sulle metodiche per ottimizzare la crescita dei prodotti.

Raccogliendo il patrimonio di valori rappresentato dalla figura di Alcide Cervi, insieme alla memoria dei suoi sette figli, l’Istituto Alcide Cervi lavora con coerenza e impegno per la salvaguardia dei valori alla base della Costituzione Repubblicana. Quell’Istituto gestisce il Museo Cervi, cuore operativo delle proprie attività, la Biblioteca Archivio Emilio Sereni, che ospita il patrimonio librario e documentario del grande studioso dell’agricoltura. Di rilievo è l’Archivio storico nazionale dei movimenti contadini, e le attività del Parco Agroalimentare, un percorso guidato all’aperto sorto sulla terra dei Cervi, che illustra e valorizza le risorse naturali della media pianura padana e il rapporto fra uomo e paesaggio nella trasformazione agricola nelle campagne.

Dunque, oggi si avverte l’esigenza di pubblicizzare questi fatti, e ricordare quel lontano 1943, per non dimenticare i sacrifici fino alle estreme conseguenze di uomini che hanno fatto della libertà e del progresso un esempio per le generazioni future.

2 Responses to “In ricordo dell’antifascismo: il 1943 e i fratelli Cervi”

  1. Graziano

    Grazie. Grazie per il ricordo dal nipote di un deportato e di un comandante partigiano. Graziano Beghelli

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